In difesa del transumanesimo

Francis Fukuyama, membro del Comitato di bioetica della Presidenza Usa, ha definito il transumanesimo l’idea più pericolosa del mondo. Poiché dietro le idee ci sono persone, dietro i pensieri soggetti pensanti, dietro le azioni soggetti agenti, se ne deduce che gli intellettuali e i cittadini che sposano il transumanesimo – i transumanisti – sono considerati da questo filosofo il pericolo pubblico numero uno al mondo. Per Fukuyama, i pericoli di questo mondo non sono il fondamentalismo religioso, la rinascita dei nazionalismi, le azioni unilaterali della superpotenza americana, l’asse del male Iran-Siria-Nord Corea, le guerre in Medio Oriente, l’imponente crescita economica della Cina, il fenomeno terroristico, l’effetto serra, l’inquinamento, la povertà e l’ignoranza – per dire gli spauracchi cui fanno costante riferimento altri noti opinionisti. No, il vero pericolo è, in ultima istanza, il progresso tecnologico previsto dai futurologi, promosso dai filosofi e realizzato dagli scienziati di orientamento transumanista. Se non altro, con questo anatema, Fukuyama ha mostrato di essere un pensatore originale.Capita però che io sia fondatore e presidente dell’Associazione Italiana Transumanisti, nonché uno dei leader mondiali del movimento transumanista. E che non mi senta affatto pericoloso – se non per quegli esseri umani che rimpiangono i modelli di esistenza dei loro antenati cavernicoli. Per loro, io potrei certamente rappresentare un problema, ma non meno di quanto loro rappresentino un problema per me. È doveroso aggiungere anche questa considerazione. Siamo su questo mondo con idee diverse, sogni diversi, piani diversi, e non tutti possiamo avere ciò che vogliamo.
Ho perciò avvertito come un dovere, prima ancora che come un diritto, replicare in modo circostanziato all’attacco del filosofo nippo-americano. Con questo breve saggio prendo pubblicamente le difese delle idee transumaniste e delle persone che le fanno proprie.

L’articolo “Transhumanism” di Fukuyama è apparso prima in inglese su Foreign Policy, nel numero tematico The World’s most dangerous ideas (settembre-ottobre 2004), quindi è stato ripubblicato in italiano sulle colonne del Corriere della Sera, il 10 febbraio 2005, con un titolo tanto tragico quanto malinconico: “Biotecnologie, la fine dell’uomo”. Nulla di nuovo, sul piano dei concetti. Il pensiero di Fukuyama su questo tema era noto da tempo, perlomeno dalla pubblicazione del libro L’uomo oltre l’uomo (2002). Ora, però, il profeta mancato della fine della storia ha dato un nome alla sorgente del pericolo. Il pericolo siamo noi transumanisti. Ci ha accusati, senza troppi giri di parole, di essere lo spettro di una società illiberale.

Iniziamo allora dalle presentazioni. Chi siamo? Da dove veniamo? Noi ci consideriamo gli alfieri della tecnoscienza. Abbiamo una struttura mondiale, migliaia di associati, elezioni interne, incontri periodici, sezioni in quasi tutte le nazioni. Siamo giovani intellettuali: esperti di robotica, informatica, ingegneria genetica, filosofi e sociologi. Siamo bizzarri per qualcuno, inquietanti per altri. Fukuyama ci prende maledettamente sul serio.
Il nostro movimento nasce dalla fusione a livello mondiale di una galassia di gruppuscoli, sigle e circoli di futuristi, tecnofili, tecnognostici, prometeici e altro ancora. Va chiarito che esistono diverse organizzazioni transumaniste. La peculiarità della nostra – la World Transhumanist Association (Wta) – è che ambisce ad essere una sorta di organizzazione ombrello, un punto di riferimento per tutte quelle esistenti. La Wta è stata fondata nel ‘98, negli Stati Uniti, ha sede nel Connecticut, ed è presente in cento Paesi. La sezione italiana esiste dal 2004. Alla guida del movimento ci sono filosofi come Nick Bostrom e Max More, sociologi come James Hughes e ingegneri come Jose Cordeiro. Tra i leader italiani, oltre al sottoscritto, ci sono Giuseppe Lucchini, Giulio Prisco e Fabio Albertario.
È difficile riassumere, in poche parole, l’ideologia del movimento transumanista, proprio perché si tratta di un movimento composito. Io lo caratterizzerei, innanzitutto, come una reazione all’ingenua idea del «ritorno alla natura», che da circa trent’anni imperversa in Europa e in Nord America.
Noi rifiutiamo l’ipocrisia antiscientifica che si sta diffondendo in Occidente. Viviamo di tecnologia, tanto che se regredissimo solo di pochi decenni, milioni di persone non sopravviverebbero. Esistiamo grazie all’industria, alla chimica, alla meccanica. Eppure domina un ingenuo pensiero unico: ciò che è naturale è buono, ciò che è artificiale è cattivo o, nella migliore delle ipotesi, un male necessario. Noi invece accettiamo la cultura della razionalità scientifica e tecnologica. Che è la vera radice dell’Occidente.

Naturalmente, non neghiamo che la tecnologia porti con sé insidie. Basta pensare all’effetto serra, alle armi atomiche, alle droghe sintetiche, ai dubbi etici intorno alle biotecnologie. Tuttavia, non possiamo nemmeno essere troppo ingenui quando passiamo dalla ricostruzione dei fatti alla loro valutazione. Intanto, non c’è una sola morale. È forse etico fare morire o soffrire un ammalato che potrebbe essere curato con l’ingegneria genetica? Noi sposiamo un’etica eudemonistica che tende alla massimizzazione della felicità. Sappiamo perfettamente che la tecnologia non è sempre figlia, talvolta è figliastra. Ma allo stesso modo la natura non è sempre madre, spesso è matrigna. Spesso si dimentica che non è natura solo un prato in fiore o un uccellino che cinguetta. Natura è anche malattia, invecchiamento, morte. I transumanisti si impegnano per contrastare questi aspetti della natura. La medicina rigenerativa e gli innesti cibernetici sono solo l’ultima frontiera di una battaglia che l’uomo combatte da sempre contro la condizione umana. Già Ruggero Bacone, nel Medioevo, sosteneva che i due scopi della scienza sono trovare la verità sul mondo e sconfiggere invecchiamento e morte.
Perché Fukuyama ci attacca? Ci attacca perché ci prende sul serio. Sa che il nostro programma non è al di là della portata della scienza. Sistematicamente, la realtà supera la fantasia. Nel 1935 Whitehead sostenne che il progresso era talmente rapido che sarebbero bastati diecimila anni per sbarcare sulla Luna. Fu considerato un illuso. Soltanto tre decenni più tardi, un uomo posava il piede sul suolo lunare. All’inizio del progetto Genoma, si diceva che sarebbero serviti diecimila anni per portare a termine la mappatura. Pochi decenni più tardi il lavoro era completato. Gli scrittori di fantascienza degli anni Dieci prevedevano nel Duemila aeromacchine in grado di volare alla stratosferica velocità di 150 chilometri l’ora! Già negli anni Quaranta, le V2 tedesche andavano a 5000 chilometri l’ora. E potrei continuare. Se erano ingenui loro, sono ingenui anche quelli che sostengono oggi l’impossibilità del progetto transumanista. Tra vent’anni questo mondo sarà irriconoscibile. Ma non perché ci siamo noi. Il mondo va in quella direzione perché è lo sviluppo economico che tutti vogliono a portare verso la postumanità.

Fukuyama afferma che il nostro progetto è illiberale, ma questa critica è semplicemente assurda. Noi siamo sinceramente libertari. Migliorare il proprio organismo resta una scelta individuale. Nessuno sarà obbligato a vivere più a lungo o a innestare microchip sottopelle. Illiberale è chi vuole negare all’individuo questa possibilità, ostacolando la ricerca. Ma non può vincere. Se i bioluddisti (i nemici delle biotecnologie) vinceranno in Occidente, saranno i cinesi, gli indiani, i brasiliani a guidare il mondo. L’immagine di un Nord ricco e sfruttatore contrapposto a un Sud povero e sfruttato è un concetto superato. Qualcuno non si è ancora accorto che le tre nazioni che ho citato, quasi metà della popolazione mondiale, stanno diventando potenze tecnologico-industriali. Chi si ferma è perduto e noi rischiamo di perderci, con i nostri dubbi e sensi di colpa immotivati. Ma non credo che saremo tanto stolti.
Non ho molti dubbi in proposito. Anche noi saremo cyborg e postumani, perché il postumano è il naturale sbocco della cultura occidentale. Fukuyama non vuole ammettere che lui, da buon liberale, ha inconsciamente favorito questo progetto. Libera iniziativa e democrazia portano in sé i germi del progresso. Ted Kaczynski, l’Unabomber, il bioluddista per eccellenza, nel suo manifesto fa una critica serrata della sinistra progressista americana. Liquida invece i conservatori con una sola frase: sono stupidi, perché difendono insieme la crescita economica e i valori cristiani, ma è ovvio che il progresso tecnico distrugge la tradizione. Credo che Fukuyama, che pure non è uno stupido, sia caduto vittima di questa contraddizione. Ha lavorato una vita per un mondo che ora non vuole accettare.

Il filosofo nippo-americano sostiene poi che miniamo il concetto di uguaglianza. Intanto, stupisce il fatto che un pensatore che combatte da sempre il socialismo, ora insista tanto sul concetto di uguaglianza. Nelle democrazie occidentali esiste solo un’uguaglianza formale e non sostanziale. E nessun transumanista ha mai messo in dubbio l’uguaglianza formale. L’uguaglianza sostanziale non è mai esistita. La lotteria genetica fa nascere intelligenti e stupidi, belli e brutti, sani e malati, forti e deboli, vivi e morti. Semmai, noi forniamo un supporto scientifico per creare pari opportunità.
Tuttavia, mi preme sottolineare che il movimento transumanista non ha una precisa connotazione politica. La nostra associazione è apolitica, perché nessuna delle forze tradizionali rispecchia pienamente la nostra ideologia. I membri hanno però preferenze: ci sono radicali, liberali, socialdemocratici. I confini della politica dovranno prima o poi ridisegnarsi su nuovi assetti. In Italia, per esempio, le due attuali coalizioni di centrodestra e centrosinistra sono alleanze innaturali, dal nostro punto di vista. Sugli Ogm, per esempio, c’è un fronte contrario composto da An, Verdi, Rifondazione Comunista e parte del mondo cattolico, e un fronte favorevole che unisce Forza Italia e i Democratici di sinistra.
Alle critiche siamo comunque abituati. Quando un progetto è rivoluzionario, non si può certo aspettarsi che la sua ricezione sia tutto rose e fiori. Se Fukuyama ci attacca equivocamente in nome della libertà e dell’uguaglianza, i bioetici cattolici ci attaccano in nome della vita. Ma anche questa è una mistificazione. È portatore di una cultura di morte chi si oppone al miglioramento dell’organismo vivente e non chi vuole prolungarne indefinitivamente la vita. Per capire basta il buon senso. È chiaro che la Terra ha una data di scadenza e solo il progresso tecnico può salvare la vita. Se vincerà il bioluddismo, l’umanità sarà prigioniera dei propri limiti e quindi destinata a finire.

Per concludere, Fukuyama dice che non accettiamo la natura umana, perché ci manca l’umiltà. Noi vediamo la situazione in modo diametralmente opposto. Innanzitutto la premessa è sbagliata. Non esiste un’essenza umana, perché l’umanità attuale non è né il fine né la fine dell’evoluzione. Siamo una specie in divenire, come tutto ciò che ci circonda. La biologia evoluzionistica fa pensare che, così come è stato superato l’Homo habilis, l’Homo erectus, l’Homo neanderthaliensis, sarà superato anche l’Homo sapiens. Si dice, per esempio, che i maschi siano destinati a scomparire o a cambiare radicalmente e dunque, forse anche i modi di riproduzione subiranno modifiche. Questo è un particolare importante, dal momento che scandalizzano tanto la fecondazione in vitro ed eterologa, considerate contronatura, ma l’evoluzione insegna che certi ruoli e funzioni sono provvisori anche in natura.
In seconda istanza, a riguardo dell’umiltà, è vero l’esatto contrario: manca di umiltà chi ritiene l’uomo il prodotto più alto e finale dell’evoluzione o della creazione, un essere insuperabile e non perfettibile, magari creato a immagine e somiglianza di Dio.
Noi transumanisti, più modestamente, riconosciamo i nostri limiti fisici e cognitivi e vogliamo migliorarci, potenziare la memoria con l’ingegneria genetica e la cibernetica, rafforzare le strutture scheletro-muscolari, acquisire nuovi sensi propri di altre specie viventi, come pipistrelli e delfini, o macchine come il sonar e il radar. Perché? Proprio perché non ci sentiamo perfetti.
Certo, all’umiltà di partenza, non segue rassegnazione. I nostri antenati non si sono mai rassegnati al loro misero destino e ci hanno portati fino a questo punto. Dobbiamo forse rassegnarci e fermarci proprio noi?

Riccardo Campa

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