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Uploading, cyborgisation, teletrasporto, rianimazione postcrio: possibilità ed identità

Anche nei forum transumanisti, specie internazionali,  dove i partecipanti “should know better”, ricorrono periodicamente dubbi “filosofici” sugli scenari descritti nel titolo di questo post. La questione sollevata in modo ricorrente è, tanto per cominciare, che non è dimostrato che questi scenari siano possibili,  secondariamente che non è dimostrato che il loro prodotto finale sia “ancora” l’oggetto (o meglio il soggetto) cui siano stati applicati.

Ora, io credo che tale questione sia risolvibile in termini puramente concettuali, e del tutto a prescindere dalle (immense) questioni tecniche connesse all’una od all’altra ipotesi, così come alla loro esperibilità concreta.

Tanto per cominciare, “possibile” e “praticamente possibile” (o addirittura “praticamente possibile allo stato attuale della tecnica”) sono due concetti intrinsecamente diversi. Escludere qualcosa dal novero delle possibilità significa individuare delle ragioni di tipo logico o fisico che prevengano la realizzazione dell’ipotesi. In mancanza di ciò, la strada resta ovviamente aperta per uno thought experiment volto a studiare l’ipotesi ed a definire i suoi requisiti di fattibilità, primo passo per (eventualmente) tentare di definire una procedura necessaria alla sua realizzazione, o i presupposti della medesima.

Secondo, non mi pare vi siano molti dubbi sotto il profilo empirico che la nostra identità “viaggia” su un cervello, o al massimo su un corpo: danneggi il primo, e la seconda cessa di manifestarsi. L’onere della prova che il nostro cervello (o il nostro sistema nervoso, o il nostro intero corpo) sfugga al Principio dell’Equivalenza Computazionale come definito da Wolfram, principio cui non sembrano davvero plausibili eccezioni, è su chi sostiene la relativa tesi. A mio modesto avviso, perciò, e salva prova contraria, ciò che identifica uno specifico cervello umano rispetto ad una macchina di Turing generica o ad un automaton cellulare sta nel programma che lo stesso esegue, nelle memorie che contiene, e nella potenza di calcolo di cui dispone, in particolare in termini di parallelismo massivo, ma le relative operazioni, come le operazioni di qualsiasi altro sistema fisico, possono essere emulate sostanzialmente da qualsiasi altro dispositivo di computazione denotato dalla caratteristica dell’universalità. Almeno nel caso le prestazioni non costituiscano un problema…

L’unica seria ipotesi diversa mi pare che sia la supposizione che il cervello sia un computer quantistico. La cosa in verità mi lascia perplesso per due ordini di ragioni:
– la prima, che il livello cui funziona un cervello è di ordini di grandezza superiore a quello cui è solitamente possibile o necessario prendere in esame effetti quantistici;
– la seconda, che non vedo nelle sue prestazioni ordinarie nulla che sia apparentabile alle funzionalità che ci aspettiamo di ricavare da un computer quantistico (i cervelli umani, ad esempio, sono ancora meno efficienti di un elaboratore elettronico tradizionale nella scomposizione in numeri primi…).

Ma se anche tale ultima ipotesi fosse fondata, comunque, non farebbe una grande differenza, perché anche tutti i computer quantistici sono equivalenti tra di loro.

Resta naturalmente l’idea che il cervello umano abbia qualcosa di “speciale” che escluderebbe in nuce la sua equivalenza funzionale con sistemi di altro tipo.

D’altronde, l’unica caratteristica qualificante di tale specialità che sembra poter essere indicata sta nella sua base biologica. Al riguardo, esiste però una evidente continuità morfologica, strutturale, funzionale, etc. con il cervello degli altri primati, con quello degli altri mammiferi, con gli altri vertebrati, e così via, così che tale differenza qualitativa del cervello umano dovrebbe essere logicamente estesa per cerchi concentrici ai sistemi che con esso presentano vari gradi di analogia.

Senonché, la tesi che il sistema nervoso di un polipo non potrebbe mai essere emulato da un computer perché il polipo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio appare immediatamente molto più difficile da sostenere anche nel quadro del più rigoroso anti-riduzionismo. E riuscire a trovare qualcosa di davvero speciale ed elusivo nelle ancora più modeste prestazioni cognitive di un’ameba risulta davvero improbo.

Ma anche qui, ammettendo pure tutto ciò, resta quanto meno non chiaro perché mai una struttura biologica non potrebbe essere riprodotta o emulata nell’ambito di un’altra struttura biologica o pseudo-biologica funzionalmente equivalente a livelli arbitrariamente bassi, e creata deliberatamente per esserlo.

E qui veniamo alla questione della “coincidenza dell’identità”. Il principio di identità, in senso logico, è “A=A”. Identico ad un oggetto è solo l’oggetto stesso, nell’insieme delle sue caratteristiche, nessuna esclusa e qualsiasi sia il grado di accuratezza con cui le medesime vengono prese in esame.

Questo d’altronde *non* è il concetto di identità che applichiamo nella nostra vita quotidiana e nei nostri rapporti con il mondo. Per esempio, per la maggiorparte degli scopi pratici, pochi considerano “A1” come diverso da “A” per il mero fatto di essere collocato temporalmente o spazialmente in una posizione diversa. Variazioni nello stato quantico delle particelle da cui è composto “A1” possono ugualmente essere ignorate, specie quando A è una montagna. Ancora, non ci porta di solito a rimettere in discussione l’identità di oggetti del mondo macrofisico il fatto che abbiano una molecola in più o in meno, o una molecola in una posizione diversa.

In realtà, allargando il discorso, nessuno dubita di restare proprietario della medesima automobile non solo dopo aver fatto il pieno, ma neppure quando interi componenti della medesima vengono sostituiti. Alla fine, anzi, un oggetto eminentemente modulare come un PC può essere interamente sostituito, nel tempo, attraverso riparazioni ed upgrade hardware, tutte una ad una inidonee a rendere linguisticamente plausibile l’affermazione che si tratterebbe di un altro PC. Qual è la soglia che è allora davvero rilevante? Non sembra sia possibile raggiungere una conclusione al riguardo se non nel senso in cui:
a) tale soglia è sostanzialmente arbitraria;
b) in ogni modo, ammette inevitabilmente una zona grigia;
c) sia il livello cui la soglia viene posta, sia l’ampiezza della zona grigia, dipendono dai fini per cui l’identità dell’oggetto viene presa in considerazione.

Ora, tali fini sono nella maggiorparte dei casi di natura *funzionale*, sia che si tratti di un’identificazione di genere (“questo è un PC, un cane, un uomo etc.”) sia che si tratti di un’identificazione di specie (“questo è il mio PC, il mio cane, Giulio, etc.”).

Anzi, direi che sono accentuatamente funzionali proprio con riguardo alle persone, in cui l’identità specifica non viene percepita come rimessa fondamentalmente in discussione, se non in senso metaforico (“ormai sei diventata un’altra”), né dalla sostituzione della maggiorparte degli atomi che ne compongono il corpo, né dai notevoli cambiamenti morfologici e di personalità che si verificano nel corso del tempo. E ciò a cominciare innanzitutto dalla nostra stessa identità personale. Ma vale ugualmente, ad esempio, per le identità collettive, che possono certo essere travolte, ma che non sono di per sé messe in discussione né dalla loro evoluzione interna anche tramite contatti con l’esterno, né dalla successione delle generazioni all’interno delle popolazioni interessate. come accenno in Biopolitica. Il nuovo paradigma.

Pertanto, mentre è certo impossibile, anche concettualmente, sostituire un originale qualsiasi con una copia perfetta, sappiamo che ciò non è affatto richiesto perché sia legittimo parlare di “continuità” dell’identità dell’oggetto medesimo, ovvero di una sua “capacità di restare se stesso, e non un altro, pur mutando in gradi diversi”, secondo il significato comunemente usato della parola.

Cosa allora è necessario (e sufficiente) per dire che Tizio è rimasto se stesso? Invece di affanarci a cercare definizioni “essenzialiste”, la cui validità non potrebbe essere comunque dimostrata, possiamo von facilità dare una risposta psicologicamente ed operativamente vera per definizione. Turing come noto definiva come “intelligenza artificiale” quel dispositivo tale per cui un essere umano non sia in grado in un numero finito di interazione di decidere se ha a che fare con un altro essere umano o con un dispositivo artificiale. Noi possiamo generalizzare il concetto nel senso di definire Tizio come “l’entità in grado, in un numero finito di interazioni con un numero finito di interlocutori, di essere in media altrettanto convincente di quanto Tizio lo sia mai stato quanto al fatto di essere proprio lui”.

Ma come possiamo sapere, ribatte qualcuno, che Tizio sia “davvero” lui? Come sappiamo che dopo essere passati dal processo X saremo “davvero” ancora noi stessi, qualsiasi siano i risultati conseguiti nel test suddetto? La verità è che questa domanda non ha risposta perché è la domanda a non avere senso, almeno per chi pensa che l’unica realtà di cui si possa sensatamente parlare non è quella di noumeni kantiani per definizione inconoscibili, ma quella fenomenica.

In realtà, infatti, qualsiasi soggetto in grado di formulare il pensiero “io” non può che ritenere di essere.. se stesso, e percepire una perfetta continuità soggettiva con il suo intero passato – che diversamente non sarebbe appunto “suo” -, come definito dalla memoria cui il soggetto stesso ha accesso.

Pertanto, sotto questo profilo, nessuno sarà mai in grado di concludere di essere stato ad un certo punto… un altro, o percepire una soluzione di continuità tra la propria identità ed un’identità precedente. In altri termini, l’illusione di continuità che tutti sperimentiamo per tanto che possa risalire la nostra memoria è assolutamente indipendente dal fatto che abbiamo continuato a vivere e crescere, sostituendo e modificando i nostri materiali e struttura in modo graduale, oppure che siamo passati in un teletrasporto che ci ha incenerito e poi ci ha ricostruito atomo per atomo in orbita intorno ad Alpha Centauri quattro anni dopo. E tale impressione nulla perciò può dirci con riguardo al fatto se siamo ancora gli stessi di ieri sera, o di un secondo fa, o se il nostro “originale” è stato rapito dagli alieni, o dagli elfi, e noi siamo solo l’automa, lo zombie filosofico, che ne ha preso il posto.

Così come la personalità si costruisce attraverso la socializzazione primaria e secondaria, il fatto che si tratti della “stessa persona” costituisce perciò unicamente l’oggetto di una percezione sociale ed empirica da parte degli altri, non della persona che ha subito il processo. E’ un fatto sociologico, non un fatto filosofico o “scientifico” in qualche senso fisicalista.

Viceversa, l’interessato che è destinato a subire il processo non ha altro modo di formarsi un’opinione sul fatto di essere o meno destinato a “sopravvivere” ad esso che sulla base dell’esperienza relativa alle sue interazioni con altri soggetti che dal processo sono già passati, e dalla sua identificazione o meno di tali soggetti come la stessa persona “prima e dopo”, in quanto copie funzionali “buone abbastanza”.

Si tratta di una proiezione? Certo. Ma questo è esattamente lo stesso tipo di proiezione che ci induce nella vita di tutti giorni ad attribuire un’autocoscienza – che per definizione non potremo mai direttamente sperimentare – ad altri soggetti, o a considerare che io tra un anno, se vivo e cosciente, sarò ancora “io”, anche se a rigore non ho nessun modo di dirlo ed anche se certamente saranno cambiati il mio stato e in parte la mia struttura e il mio substrato materiale.

Stefano Vaj

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