Evocazioni transumane

Dal Corriere.it, riportiamo il bell’articolo di Matteo Persivale riguardante alcune evocazioni avute dalla recente notizia dell’effettiva realizzazione di una cellula artificiale.

Ecco l’articolo:

Libri, film e tv: quando ci inquietavamo per «A come Andromeda»
Molti scrittori, registi e disegnatori hanno fissato lo sguardo sulla vita artificiale

MILANO — «Nulla si sa, tutto s’immagina», amava ripetere Federico Fellini, che di creare la vita in laboratorio (cioè il suo set) se ne intendeva. E per questo non stupisce che l’apologo più famoso sui pericoli dell’ingegneria genetica, Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1894-1963), sia stato scritto quando ancora il Dna non era stato scoperto — ventidue anni prima, per l’esattezza. Huxley nel 1931 immaginò l’industria della vita, fabbriche di embrioni e una società divisa rigidamente in caste. Lanciando nello stagno della letteratura idee che attraverso i decenni successivi — dopo che Watson e Crick spiegarono al mondo nel 1953 i misteri della doppia elica alla base della vita — hanno fatto scaturire libri, film, fumetti, musical, telefilm, perfino opere.
La cellula appena creata in laboratorio con Dna sintetico raggiunge faticosamente, dopo tanto tempo, tutti gli scrittori, i registi, i disegnatori, i compositori che hanno fissato lo sguardo sulla vita artificiale e in tutti questi anni hanno creato un intero genere. Una pubblicistica che va dal classico (il precursore, il nonno nobile H.G. Wells de L’isola del dottor Moreau con i suoi uomini-bestia e il veggente Philip K. Dick di Blade Runner recentemente ammesso nel salotto buono della letteratura statunitense con annessa pubblicazione nella Library of America) al colto (il recenteGenerosity di Richard Powers, su una ragazza portatrice del «gene della felicità» che diventa una star mediatica suo malgrado). Dai megasuccessi editoriali (vari titoli di Michael Crichton, il più celebre dei quali è Jurassic Park: i dinosauri riportati in vita tramite il loro Dna estratto da zanzare conservate nell’ambra) e transnazionali (la saga di Genoma del russo Sergey Lukyanenko).
Fino ai fumetti, agli sceneggiati tv di culto (l’italianissimo «A come Andromeda » del 1972 riscoperto dai ragazzi di Internet, e gli americani Dark Angel, con Jessica Alba dagli zigomi geneticamente modificati e Andromeda ispirato dal papà di Star Trek). La lezione di Huxley è alla base di un film del 1997 che dal Dna ha tratto anche il titolo, Gattaca (le iniziali delle basi azotate che formano il Dna sono G, A, T, C). Racconta di un mondo dove i figli dei ricchi nascono con il Dna «ripulito » da difetti e predisposizioni a malattie: tutti belli come Uma Thurman e Jude Law (e gli altri, imperfetti come noi, sono dei pariah ai quali toccano tutti i lavori manuali). E perfino il male assoluto fa capolino nei laboratori dell’ingegneria genetica dell’immaginazione, vedi I ragazzi venuti dal Brasile (romanzo di Ira Levin e poi film con Gregory Peck e Laurence Olivier) con il dottor Mengele che cerca di far rinascere Hitler.
La scienza del Dna è anche democratica, perché fatta su misura sia per gli artisti sia per gli astuti creatori di serie hollywoodiane di impatto globale (Matrix con Keanu Reeves messia in pelle nera che dall’ingegneria genetica fa il triplo salto mortale verso le realtà parallele, lezione capita al volo da Avatar e dal suo fresco successo da due miliardi di euro). La manipolazione genetica è stata messa perfino in musica: l’opera horror The Fly, «La mosca», ispirata al film anni ’50 con Vincent Price—e al remake diretto da David Cronenberg — nel quale il Dna di uno scienziato si mescola per errore con quello di un insetto raggiungendo livelli di alto grand guignol (e inevitabile pubblicità indiretta al Ddt). Insomma, proprio tutti i colori del «magnifico nuovo mondo» (citazione shakespeariana— La tempesta— piegata astutamente da Huxley alle esigenze di un futuro da incubo). Ma che venga visto come sorgente di vita e speranza — il misterioso feto del finale di 2001 Odissea nello spazio — o terrificante vaso di Pandora come quello immaginato da Huxley, la notizia di ieri è che vita artificiale — il futuro — è qui. E quelli tra noi che non riescono a non guardare l’ingrandimento di quella cellula come a un pianeta pieno di insidie possono difendersi, almeno, con le armi dell’ironia. Quella di uno scrittore morto poco più di anno fa, JG Ballard, l’autore di Crash, che con il suo sorriso gentile tranquillizzò un intervistatore allarmato dagli orizzonti nebulosi dell’ingegneria genetica: «Non ho obiezioni riguardo alla clonazione — disse quel grande —. Neanche nel caso degli esseri umani. Siamo tutti così inevitabilmente simili, in fondo».
Matteo Persivale
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Divenire 4

Il tema dominante del quarto volume di Divenire è la rottura con l’umanismo, religioso ma non solo, che caratterizza la nostra era tecnologica. La questione è affrontata da varie angolature, nella maggior parte degli articoli, e in molti casi viene individuato nell’Umanesimo pre-rinascimentale e rinascimentale – per il suo stretto legame con il paganesimo greco-romano – un punto di svolta nel percorso che ci consente oggi di riflettere su un possibile futuro postumano. Il numero, curato dal sociologo Riccardo Campa, si distingue anche per le firme prestigiose che contribuiscono a questa nuova esplorazione dei legami tra la tecnica e il postumano.

Si comincia con un bel saggio di Luciano Pellicani, uno dei sociologi italiani più tradotti all’estero, per molti anni ideologo del Partito Socialista Italiano e direttore di Mondoperaio. “La scienza e la natura” mette a nudo l’incompatibilità “fisiologica” tra i principi del razionalismo scientifico e la visione provvidenzialistica della realtà che ereditiamo dal giudeo-cristianesimo, e collega la nascita della civiltà delle macchine ad un superamento dell’umanismo di matrice religiosa.

Il saggio che segue, sempre nella sezione Attualità, è di un altro intellettuale che non ha bisogno di presentazioni: Gianni Vattimo – forse il filosofo italiano vivente più noto al mondo. Teorico del pensiero debole e interprete autorevole di Nietzsche, è da sempre anche impegnato politicamente, essendo stato eletto per ben tre volte al Parlamento Europeo, con tre diversi partiti della sinistra. Nel saggio “La crisi dell’umanismo” riparte dalla morte di Dio per comprendere il processo che ha tolto centralità all’uomo, nell’età della tecnica.

È poi la volta di Roberto Marchesini, studioso di scienze biologiche ed epistemologia, ben noto ai lettori di Divenire in quanto autore di apprezzati volumi come Posthuman. Verso nuovi modelli di esistenza e La fine dell’uomo. In “Soggettività e ontopoiesi” esplora la mutazione antropologica e ontologica che ha investito l’uomo negli ultimi cinquant’anni, in seguito anche allo sviluppo della tecnica, con il passaggio da una concezione “individuale” a una “multividuale” dell’essere. E avverte che il multividuo non può essere compreso in una focale umanistica, ancora centrata sul concetto di identità individuale, ma piuttosto in una prospettiva postumanistica.

“Oltre la specie” è il magistrale contributo alla riflessione sulla trasformazione postumana di un altro intellettuale di spicco della sinistra italiana: Aldo Schiavone. Direttore dell’Istituto Italiano di Scienze Umane e già direttore del prestigioso Istituto Gramsci, nonché collaboratore da molti anni del quotidiano la Repubblica, nel 2007 Schiavone ha dato alle stampe Storia e destino – un vero e proprio manifesto del nuovo umanesimo tecnologico. Il saggio qui pubblicato ne rappresenta un estratto.

Il massmediologo Mario Pireddu – docente all’Università IULM di Milano e curatore del volume Post-Umano. Relazioni tra uomo e tecnologia nella società delle reti – nel saggio “L’aroma del passato più prossimo” analizza la crisi della sinistra europea sullo sfondo della società delle reti, mettendo in risalto soprattutto le difficoltà identitarie e di comunicazione delle forze socialdemocratiche e progressiste. È in sostanza un invito ad una maggiore spregiudicatezza, facendo tesoro anche delle intuizioni dei futuristi, per rigenerarsi su nuove basi.

L’ultimo intervento per la sezione Attualità è del bioinformatico Salvatore Rampone che mostra come le tecnologie del potenziamento umano – in particolare sostanze come Viagra, testosterone e Provigil – creino una situazione di dipendenza per i consumatori, ma al tempo stesso evidenzia come sia perfettamente comprensibile che chi raggiunge prestazioni “sovrumane” a livello sessuale, muscolare e intellettivo, non voglia poi tornare a condizioni umane. È ormai tempo di “Dipendenze transumane”.

In apertura della sezione Genealogia, appare un lungo saggio di Riccardo Campa intitolato “Le radici pagane della rivoluzione biopolitica”, dove la tensione verso il postumano che lo straordinario sviluppo delle tecnologie nell’era contemporanea convoglia viene geneticamente ricondotta ai valori del paganesimo greco-romano. Si tratta di uno studio complementare a quello che viene indicato come un capolavoro della sociologia storica: Le radici pagane dell’Europa di Luciano Pellicani.

Segue il saggio del fondatore del movimento estropico mondiale, il filosofo Max More, che difende la tesi di una figliazione diretta del transumanesimo dal sovrumanismo nietzscheano, facendo riferimento anche alle proprie vicende biografiche e chiarendo che democraticismo e morale utilitaristica – elementi assenti nella filosofia di Nietzsche – non sono elementi essenziali del transumanesimo. Il titolo non poteva essere più chiaro: “Il sovrumano nel transumano”.

Il celebre giornalista francese Rémi Sussan, esperto di nuove tecnologie, traccia invece la linea genealogica che unisce “Transumanesimo ed ermetismo” e, dunque, collega la nuova filosofia del postumano alle correnti mistiche pagane del tardo ellenismo, rivitalizzate e reintrodotte nel tessuto culturale europeo a partire dal Rinascimento.

Il poeta futurista Roberto Guerra dedica invece un articolo a Karl Marx, recuperandolo nella veste di pioniere del nuovo futurismo “scientifico”, inteso come stile di pensiero volto a migliorare la società industriale della Macchina – macchina meccanica nel passato ed elettronica ai nostri giorni. Dunque, Marx non più ideologo del comunismo, ma “Marx, il futurologo”.

Il giovane architetto Emmanuele Pilia, art director di Divenire, mette la propria firma in calce a “Una rovina perpetua”. Il saggio si interroga sulla possibilità per il movimento transumanista di raccogliere l’eredità del situazionismo e di certe istanze anarco-socialiste, al fine di ricostruire la società su basi nuove, prendendo l’Homo Ludens di Huizinga come paradigma del prossimo gradino dell’evoluzione umana, ma lasciando risplendere l’umanità attuale in tutta la sua rovinosa bellezza.

Per la sezione Futurologia, il giornalista informatico Ugo Spezza ripercorre il recente sviluppo delle tecnologie dell’informazione nel saggio “L’evoluzione della Net-Sfera”, tracciando poi le linee di quello che potrebbe essere lo sviluppo futuro di computer, telefoni e nuovi dispositivi elettronici.

Nella stessa sezione, il giovane filosofo Francesco Boco propone invece una recensione del film Avatar – “La tentazione a-storica” –, dove analizza l’opera di Cameron nella sua dimensione ideologica di veicolo di messaggi luddisti. Nel film, i personaggi “positivi” vivono infatti in un mondo a-storico e primitivo, oppure usano la tecnologia per sfuggire alla tecnologia, per sottrarsi al mondo dinamico, storico, sempre in divenire forgiato dallo spirito prometeico europeo.

Come sempre, chiude il volume la sezione Libreria, dove trova posto una recensione di Stefano Vaj del nuovo libro di Riccardo Campa: Mutare o perire. La sfida del transumanesimo. Nell’articolo, significativamente intitolato “Il transumanismo d’azione”, Vaj mette in luce in particolare lo spirito volontaristico che permea l’opera, ove non si dà mai per scontato l’avvento di un futuro postumano, ma lo si inquadra come possibile evento storico vincolato all’impegno delle generazioni presenti.

Divenire IV – Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano

Indice:
– La scienza e la natura, di Luciano Pellicani La crisi dell’umanismo, di Gianni Vattimo
– Soggettività e ontopoiesi, di Roberto Marchesini
– Oltre la specie, di Aldo Schiavone
– L’aroma del passato più prossimo. Note su tecnologia, comunicazione, politica, di Mario Pireddu
– Dipendenze transumane, di Salvatore Rampone
– Le radici pagane della rivoluzione biopolitica, di Riccardo Campa
– Il sovrumano nel transumano, di Max More
– Transumanismo ed ermetismo, di Remi Sussan
– Karl Marx, il futurologo, di Roberto Guerra
– Una rovina perpetua, di Emanuele Pilia
– L’evoluzione della Net-Sfera, di Ugo Spezza
– La tentazione a-storica. Come il cinema narra la mitologia luddita, di Francesco Boco
– Il transumanismo d’azione. Recensione di “Mutare o perire”, di Stefano Vaj

Seminario online sulla Singularity University

David Orban, Chairman di Humanity+ e Advisor della Singularity University, ha presentato e discusso la Singularity University in Teleplace nel quadro del ciclo di seminari online teleXLR8, organizzato da Giulio PriscoIl video completo della presentazione e la sessione di domande e risposte è disponibile online.

Dal sito SU4I, dedicato all’ informazione in Italiano sulla Singularity University: La Singularity University (SU) è probabilmente il più evoluto progetto educativo-imprenditoriale oggi attivo al mondo, con sede al centro di ricerca NASA Ames, in Silicon Valley. Il suo scopo è di trovare, selezionare, chiamare a raccolta, educare e ispirare dei ‘Dream Team’ di leader dedicati a comprendere e applicare tecnologie e conoscenze in crescita esponenziale, al fine di contribuire ad affrontare le grandi sfide dell’umanità.

Con il forte sostegno di leader nel mondo accademico, del business e governativo, SU intende stimolare un pensiero pionieristico, innovazione e soluzioni dirompenti, che possano migliorare la condizione umana senza causare effetti collaterali. SU ha sede presso il NASA Ames Research campus, Silicon Valley, California.

Dall’ articolo di Orban “L’Università della Singolarità Tecnologica – Singularity University“:

In collaborazione con NASA, Google e altri partner di altissimo valore, si è costituita la Singularity University, una scuola di preparazione che si propone di assicurare una leadership di pensiero e di azione che sia pronta alle grandi sfide che sono di fronte all’umanità. L’università aprirà le proprie porte nel giugno 2009 sul campus del centro di ricerca Ames della NASA nella Silicon Valley in California, con un programma interdiscipilinare post-laurea di nove settimane, orientato a migliorare l’approfondimento, la collaborazione e l’innovazione in una serie di discipline scientifiche e tecnologiche attentamente selezionate, quelle dove si avverte di più un’accelerazione esponenziale della conoscenza….

Il concetto della Singolarità Tecnologica, delle estreme conseguenze dell’accelerazione del cambiamento tecnologico, sta entrando in modo sempre più diretto nella vita delle persone. Una volta conosciuto da studiosi specialisti delle previsioni sul futuro della società, della tecnologia, oggi viene avvicinato da persone di estrazione molto diversa, e viene interpretato quindi con i metri di giudizio che queste applicano in base alla propria preparazione e alla propria esperienza. La divulgazione, anche di concetti avanzati, è possibile. E quando sono in gioco scelte future di politiche così diverse come la ricerca scientifica, le politiche energetiche, l’allocazione di risorse finanziarie di nazioni intere, ogni elemento in più che possa permettere l’analisi corretta delle tendenze in atto e di quelle future diventa determinante. È in questo il valore fondamentale della Singularity University e la sua sfida di confronto con le tendenze esponenziali del nostro mondo contemporaneo.

Umanesimo Scientifico: intervista a Giulio Prisco

Umanesimo Scientifico: intervista a Giulio Prisco, di Roberto Guerra, in Controcultura.

Da Julian Huxley a Bertrand Russell a Norbert Wiener a Jacques Monod, Karl Popper, Marvin Minsky (e i più grandi scienziati del Novecento/Duemila): la scienza come filosofia e viceversa è il linguaggio più radicale e rivoluzionario, energia nucleare e solare dell’evoluzione concreta della specie umana. All’ alba dei tempi postumani, quando la scienza non è più soltanto mera tecnologia e-o Intelligenza, ma ormai lo stomaco e il cuore dell’Uomo contemporaneo, contro certo neo-oscurantismo la parola scientifica, nelle sue frontiere più avanzate, appare ancora più potente e radicale, rispetto alla crisi non solo dell’economia in fase di riformatizzazione postinformatica e postecologica, ma anche dell’arte alla ricerca di nuovi paradigmi del XXI secolo. Di seguito questa significativa intervista al Dottor Giulio Prisco, fisico e informatico, di fama internazionale, tra i leaders del cosiddetto movimento transumanista contemporaneo, la futurologia scientifica del nostro tempo.

D- Il transumanesimo come umanesimo scientifico?

R-(GIULIO PRISCO)Umanesimo, nel senso che le persone sono più importanti delle idee astratte. Se qualcosa può migliorare la vita di qualcuno senza peggiorare la vita di altri, allora è qualcosa di buono, e non ci sono obiezioni filosofiche o “etiche” (non ho mai capito che significa questa parola) che tengano. Scientifico, perchè i transumanisti si occupano principalmente della possibilità migliorare la vita attraverso la tecnologia avanzata. Gli occhiali sono una tecnologia transumanista, che ha migliorato la vita di miliardi di persone permettendo loro di continuare ad avere decine di anni di vita interessante e produttiva anche dopo la riduzione della vista “naturale”. Come? Che a Dio non fa piacere? Ha detto che dobbiamo accettare i nostri limiti con umiltà e reverenza, senza cercare di eliminarli? Risposta a Dio: tu pensa alla tua, di vista, che alla nostra ci pensiamo noi.”

Varie tecnologie emergenti permetteranno di cambiare le regole del gioco della vita in modo molto (ma proprio molto) più radicale. Si tratta sempre dello stesso concetto degli occhiali — usare la tecnologia per migliorare la vita — ma con le tecnologie di oggi e di domani: prolungamento della vita, ingegneria genetica, interfacce dirette cervello-computer, impianti cerebrali: fra una ventina d’ anni molti avranno il cellulare impiantato direttamente nel cervello e integrato con i neuroni da una parte e con la rete globale dall’altra, una fusione fra carbonio e silicio che permetterà, fra le altre cose, la comunicazione telepatica istantanea. Più tardi, sarà possibile trasferire l’ intera personalità umana al di fuori del cervello biologico (mind uploading), permettendo a una persona di vivere per un tempo indefinito in un corpo robotico o virtuale.

Questa non è la fantascienza del quarto millennio, ma la tecnologia della seconda metà di questo secolo. Stiamo per assumere il controllo della nostra evoluzione, passando dauna fase puramente Darwiniana e una nuova fase principalmente autodiretta e post-biologica. Finora siamo stati prigionieri dei nostri corpi biologici, ma in futuro voleremo fra le stelle in corpi robotici o come intelligenze pure. E sono convinto che i nostri discendenti avranno vite più piene, interessanti e felici.”

D- L’AIT e HUMANITY +, oggi
R-(GIULIO PRISCO) “Humanity+… che cosa è? Seriamente, ho fatto parte del consiglio direttivo della World Transhumanist Association (ex WTA, ora Humanity+) dagli inizi, essendone anche Direttore Esecutivo nel 2006 e 2007. Mi sono dimesso da tutte le cariche esecutive e direttive, e infine anche dalla stessa organizzazione, in segno di protesta contro le spinte verso il disfattismo, il perbenismo e la correttezza politica. Io sono per il transumanesimo originale, autentico, futurista, avventuroso, rivoluzionario, radicale e politicamente scorretto. Purtroppo molti ex-transumanisti, pur continuando ipocritamente a definirsi come tali, sembrano intenzionati ad abbandonare il vero spirito transumanista per sostituirlo con una versione annacquata, moderata, rinunciataria e, fatalmente, noiosa. Sembrano principalmente interessati ad apparire come “bravi ragazzi” agli occhi delle gerarchie accademiche mainstream. Questo atteggiamento è, naturalmente, perdente, ed è facile vedere come Humanity+ stia rapidamente scivolando verso l’ irrilevanza.

Faccio però i miei migliori auguri all’ amico Ben Goertzel, l’ attuale Direttore e un vero spirito transumanista, e spero che riesca ad invertire la tendenza. A me, il transumanismo moderato interessa poco. Voglio spingere il piede sull’ acceleratore verso l’ immortalità, il mind uploading e la conquista delle stelle come entità post-umane, post-biologiche e potenzialmente immortali. Mi rendo perfettamente conto che, con ogni probabilità, la mia generazione non potrà arrivarci — come dico sopra, vedo il mind-uploading nella seconda metà del secolo. Ma il sapere che io non ci sarò non mi impedisce di rallegrarmi per le generazioni (quella dei nostri nipoti, e forse anche quella dei nostri figli) che ci saranno. La nostra specie sta per imbarcarsi in una meravigliosa avventura cosmica verso le stelle, e vivo queste visioni del futuro con un’ intensità quasi religiosa. A proposito di religione, sono convinto che il transumanesimo, nella sua interpretazione più futurista e radicale, possa offrire una valida alternativa alla religione, e seguo con estremo interesse varie iniziative volte a creare vere e proprie “religioni transumaniste”. Di queste tendenze verso una nuova “spiritualità transumanista” sono uno dei principali esponenti, e naturalmente i miei scritti vengono attaccati da tutte le parti, da destra, da sinistra, da altre dimensioni politicamente ortogonali, dai transumanisti ultra-razionalisti e dai religiosi ultra-bigotti. ”

L’ AIT è fra le organizzazioni transumaniste più attive del mondo intero. Naturalmente ci sono differenze di opinione anche all’ interno dell’ AIT, come in tutte le organizzazioni vive, ma queste non hanno impedito di portare avanti varie attività che hanno reso l’ AIT sempre più nota a livello non solo nazionale, ma anche internazionale. A novembre scorso abbiamo organizzato a Milano il primo workshop dei transumanisti europei, e abbiamo in programma altre iniziative interessanti. Vorrei invitare le lettrici e i lettori interessati, o semplicemente curiosi, ad iscriversi all’ associazione, che ha una forte presenza online centrata sul sito http://www.transumanisti.it.”

D- La fantascienza come transumanesimo letterario o cinematografico?
R-(GIULIO PRISCO) ” Purtroppo solo letterario, per il momento. Ci sono moltissimi romanzi di fantascienza eccezionali, ma dopo aver visto 2001 nel 1968 non ricordo di aver visto nessun film di fantascienza davvero “grande”.Quello che ci si avvicina di più è “Abre los Ojos” di Amenabar, con Penelope Cruz e Eduardo Noriega, che è stato poi rifatto in inglese come “Vanilla Sky”, con Tom Cruise e la stessa Penelope Cruz. Di Matrix mi sono piaciuti solo i premi 20 minuti del primo, il resto è noiosissimo. Ho paura che a Hollywood continuino a credere che noi consumatori siamo molto più cretini di quello che siamo, e a rovinare bei libri facendone film mediocri per adattarli al grande pubblico. Degli autori classici, i miei preferiti sono Sir Arthur C. Clarke e Olaf Stapledon (mi piace molto anche Lovecraft, ma non sempre si può considerare fantascienza). Dei moderni, Greg Bear, Gregory Benford,Stephen Baxter, Richard Morgan, Alastair Reynolds, Rudy Rucker,Charlie Stross e Greg Egan. Quest’ ultimo è l’ autore transumanista per eccellenza, e ne raccomando la lettura a tutti quelli che vogliono esplorare futuri transumanisti con la guida di personaggi credibili, ai quali è facile affezionarsi. Questo è molto importante per creare empatia verso futuri possibili che sono spesso descritti in modo troppo asettico per fare presa sulle emozioni.

Dai libri di tutti questi autori sarebbe possibile trarre bellissimi film, e continuo a sperare che qualcuno lo faccia. Qualche mese fa ho partecipato, a Woodstock, alla prima del film 2B, prodotto dal genio transessuale e transumanista Martine Rothblatt, che è stato un primo passo verso il cinema di fantascienza maturo ad orientazione transumanista. Non parlerei soltanto di fantascienza come transumanesimo letterario o cinematografico, ma anche di fantascienza come strumento di progettazione della realtà scientifica e sociale e delle future società post-umane. La realtà imita l’ Arte, cercando sempre di correre dietro alle visioni di questa. Sono stati gli scrittori di fantascienza, e non i filosofi e i saggisti, a incendiare l’immaginazione di tanti giovani che poi sono diventati gli scienziati, ingegneri, e manager che hanno trasformato la nostra realtà quotidiana. Gli artisti sono gli architetti del domani, le loro opere sono i piani di progetto, e tutti noi siamo gli ingegneri, i costruttori, i manovali e i muratori a cui spetta il compito di tradurre l’ immaginazione in realtà.

D- La scienza come nuova politica militante? E’ possibile?
R-(GIULIO PRISCO) ” Forse no. La scienza è uno strumento, ma la politica è qualcosa di più fondamentale: la politica è l’ arte di vivere con altri senza spararsi addosso a vicenda in una società che, in qualche modo, permette a tutti di vivere in modo decente. La scienza e la tecnologia porteranno, nei prossimi decenni, a tranformazioni radicali del nostro quotidiano, estensione della vita, sistemi di produzione basati sulla nanotecnologia, intelligenza artificiale, mind uploading e forse a una vera e propria Singolarità. Ma questo non eliminerà i conflitti di interesse e le lotte per l’ accesso alle risorse che sono considerate scarse in un luogo e momento dati. In alcune parti del mondo, la gente si ammazza per l’ acqua. Qui nel mondo occidentale l’ acqua ce l’abbiamo tutti, ma continuiamo ad ammazzarci per altre cose. Il potere. Ci saranno sempre conflitti e lotte per l’ accesso al potere, e la politica è l’ arte di gestire questi conflitti. D’ altra parte, una visione del mondo scientifica può certamente portare un pò più di razionalità nel mondo spesso caotico della politica. Parlerei quindi non di scienza come politica, ma cultura scientificacome antidoto all’ irrazionalità troppo spesso presente nella politica.

D- La società aperta di Popper: utopia o possibilità postdemocratica?
R-(GIULIO PRISCO) ” Se la società aperta di Popper è un’ utopia, è una bella utopia che dobbiamo cercare di realizzare. Chi ha detto che le utopie sono irrealizzabili? Sulla democrazia, mi riconosco in due affermazioni che stanno diventando luoghi comuni, ma che non per questo sono meno vere. La democrazia è la peggiore di tutte le forme di governo… tranne tutte le altre. E anche, la democrazia sono due lupi e un agnello che decidono, con un voto di maggioranza, cosa mangiare per cena. Come Winston Churchill, non vedo in questo momento alternative credibili alla democrazia. Ma penso anche che la democrazia abbia una forte tendenza a diventare una dittatura della maggioranza che spesso, adducendo motivi “etici” o “morali” privi di qualsiasi fondamento pratico, opprime le minoranze per il solo gusto di opprimerle.

È la pratica a dimostrare che una società non funziona senza regole e leggi, ed è giusto che queste regole e leggi siano decise, in un certo modo e in una certa misura, dalla maggioranza. Le limitazioni dell’autonomia personale sono accettabili — ma niente di più. Vanno considerate come un male necessario, e sono accettabili soltanto se, quando e nella misura in cui l’ esercizio dell’ autonomia individuale da parte di alcuni può impedire ad altri di esercitare lo stesso diritto. Questo lo stiamo dicendo da secoli, ma non siamo ancora riusciti a metterlo in pratica a livello politico. Una società aperta deve essere basata su un sano principio di vivi e lascia vivere e non dimenticare mai che, se non ci sono vittime, non ci sono crimini. Quindi, cerchiamo di basare la società e l’ economia su regole sempre più giuste, ma lasciamo in pace i cittadini nella sfera privata. “

D- L’ecologia è un mito oscurantista?
R-(GIULIO PRISCO) ” L’ ecologia in sè certamente no, ma molte esagerazioni fatte in nome dell’ ecologia certamente si. Tornando all’ umanesimo, penso che noi esseri umani, e gli esseri post-umani che diventeremo, siamo molto più importanti del concetto astratto di “natura”. Io mi considero, e scusatemi la mancanza di correttezza politica, più importante di un verme. Se, come pensano i fautori dell’ ecologia profonda, il naturale è bello e l’ artificiale è brutto, allora avere il cancro è bello e curarlo è brutto. Il transumanesimo radicale è profondamente ecologico: prima o poi vivremo nello spazio e in mondi virtuali, e lasceremo la terra ai fiori e alle balene: cosa ci può essere di più ecologico di questo? Per arrivarci, dobbiamo però sviluppare le tecnologie che ci permetteranno di passare a una fase post-umana e post-biologica della nostra esistenza. Quindi è necessario spingere il piede non sul freno,ma sull’ acceleratore dello sviluppo tecnologico.

Naturalmente, finchè restiamo qui è necessario prenderci cura dell’ ambiente affinchè questo possa continuare a sostenere la nostra vita, ed in questo senso appoggio varie politiche e iniziative ecologiche… ma senza dimenticare che siamo più importanti dei vermi. “

D-Giulio Prisco postintellettuale….
R-(GIULIO PRISCO) “Dio mio, postintellettuale, che significherà mai? Certamente mi riconosco in varie definizioni di post-qualcosa. Come transumanista, passo molto tempo a pensare a una nuova fase post-umana e post-biologica dell’ avventura cosmica della nostra specie. E non posso non considerarmi post-moderno nel senso di non credere a nessun tipo di Verità assoluta con la V maiuscola. Penso invece che le verità”morali”, metafisiche, religiose, e perfino in una certa misura le verità scientifiche, non siano altro che verità locali con la v minuscola, prodotti culturali di una data società in un dato momento della sua storia. In questo senso, si che mi considero post-moderno, ma non insisto troppo su questa definizione. Non nascondo che la maggior parte delle cose che mi interessano di più sono cose “intellettuali”.

L’ analisi scientifica e culturale e le visioni cosmiche del transumanismo fortemi interessano certamente molto di più degli ultimi pettegolezzi e del prossimo derby Inter-Milan. Ma sono convinto che le cose veramente importanti si possono anche dire nel linguaggio di tutti i giorni senza troppi paroloni polverosi — se qualcosa sembra priva di significato, spesso è veramente priva di significato. Invece, molti “intellettuali” sparano una logorrea di paroloni sperando che nessuno si accorga della totale assenza di contenuti. Scusa, mi sto contraddicendo: logorrea significa diarrea di parole, e avrei dovuto scrivere questo. La gente è molto, ma molto più intelligente di quanto vorrebbero credere e far credere gli intellettualucci del (lasciamo perdere), ed è perfettamente capace di capire ed intervenire su concetti complessi se ci si prende il disturbo di formularli in modo chiaro e accessibile.Voglio che la cultura scenda dalle torri d’ avorio e venga a parlare con noi nella strada, ed è in questo senso che posso considerarmi post-intellettuale.”

La Corte europea: l’eterologa e’ un diritto

Una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 1 aprile scorso ha condannato l’Austria per violazione della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali (art.8 – diritto al rispetto della vita privata e familiare; art.14 – divieto di discriminazione), in quanto la legge austriaca che regola la PMA (procreazione medicalmente assistita) non consente di ricorrere alla fecondazione eterologa, cioè alla fecondazione con seme di donatore o con ovocita di donatrice esterni alla coppia. Secondo la sentenza gli Stati non sono obbligati a legiferare in materia di PMA ma, se lo fanno, la legge deve prendere in considerazione gli interessi di tutti, e non discriminare coloro che per procreare hanno bisogno della donazione degli ovuli.

Questa sentenza avrà importanti ripercussioni anche in Italia: anche la legge italiana sulla PMA (l.40/2004, all’art.4) vieta “il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo”.

La Corte Europea non può imporre direttamente ai legislatori nazionali di cambiare le leggi interne, ma condanna i governi nazionali a risarcire i danni morali e le spese processuali alle coppie che fanno ricorso, e sono già pronte valanghe di ricorsi giudiziari anche dall’Italia.

Uploading, cyborgisation, teletrasporto, rianimazione postcrio: possibilità ed identità

Anche nei forum transumanisti, specie internazionali,  dove i partecipanti “should know better”, ricorrono periodicamente dubbi “filosofici” sugli scenari descritti nel titolo di questo post. La questione sollevata in modo ricorrente è, tanto per cominciare, che non è dimostrato che questi scenari siano possibili,  secondariamente che non è dimostrato che il loro prodotto finale sia “ancora” l’oggetto (o meglio il soggetto) cui siano stati applicati.

Ora, io credo che tale questione sia risolvibile in termini puramente concettuali, e del tutto a prescindere dalle (immense) questioni tecniche connesse all’una od all’altra ipotesi, così come alla loro esperibilità concreta.

Tanto per cominciare, “possibile” e “praticamente possibile” (o addirittura “praticamente possibile allo stato attuale della tecnica”) sono due concetti intrinsecamente diversi. Escludere qualcosa dal novero delle possibilità significa individuare delle ragioni di tipo logico o fisico che prevengano la realizzazione dell’ipotesi. In mancanza di ciò, la strada resta ovviamente aperta per uno thought experiment volto a studiare l’ipotesi ed a definire i suoi requisiti di fattibilità, primo passo per (eventualmente) tentare di definire una procedura necessaria alla sua realizzazione, o i presupposti della medesima.

Secondo, non mi pare vi siano molti dubbi sotto il profilo empirico che la nostra identità “viaggia” su un cervello, o al massimo su un corpo: danneggi il primo, e la seconda cessa di manifestarsi. L’onere della prova che il nostro cervello (o il nostro sistema nervoso, o il nostro intero corpo) sfugga al Principio dell’Equivalenza Computazionale come definito da Wolfram, principio cui non sembrano davvero plausibili eccezioni, è su chi sostiene la relativa tesi. A mio modesto avviso, perciò, e salva prova contraria, ciò che identifica uno specifico cervello umano rispetto ad una macchina di Turing generica o ad un automaton cellulare sta nel programma che lo stesso esegue, nelle memorie che contiene, e nella potenza di calcolo di cui dispone, in particolare in termini di parallelismo massivo, ma le relative operazioni, come le operazioni di qualsiasi altro sistema fisico, possono essere emulate sostanzialmente da qualsiasi altro dispositivo di computazione denotato dalla caratteristica dell’universalità. Almeno nel caso le prestazioni non costituiscano un problema…

L’unica seria ipotesi diversa mi pare che sia la supposizione che il cervello sia un computer quantistico. La cosa in verità mi lascia perplesso per due ordini di ragioni:
– la prima, che il livello cui funziona un cervello è di ordini di grandezza superiore a quello cui è solitamente possibile o necessario prendere in esame effetti quantistici;
– la seconda, che non vedo nelle sue prestazioni ordinarie nulla che sia apparentabile alle funzionalità che ci aspettiamo di ricavare da un computer quantistico (i cervelli umani, ad esempio, sono ancora meno efficienti di un elaboratore elettronico tradizionale nella scomposizione in numeri primi…).

Ma se anche tale ultima ipotesi fosse fondata, comunque, non farebbe una grande differenza, perché anche tutti i computer quantistici sono equivalenti tra di loro.

Resta naturalmente l’idea che il cervello umano abbia qualcosa di “speciale” che escluderebbe in nuce la sua equivalenza funzionale con sistemi di altro tipo.

D’altronde, l’unica caratteristica qualificante di tale specialità che sembra poter essere indicata sta nella sua base biologica. Al riguardo, esiste però una evidente continuità morfologica, strutturale, funzionale, etc. con il cervello degli altri primati, con quello degli altri mammiferi, con gli altri vertebrati, e così via, così che tale differenza qualitativa del cervello umano dovrebbe essere logicamente estesa per cerchi concentrici ai sistemi che con esso presentano vari gradi di analogia.

Senonché, la tesi che il sistema nervoso di un polipo non potrebbe mai essere emulato da un computer perché il polipo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio appare immediatamente molto più difficile da sostenere anche nel quadro del più rigoroso anti-riduzionismo. E riuscire a trovare qualcosa di davvero speciale ed elusivo nelle ancora più modeste prestazioni cognitive di un’ameba risulta davvero improbo.

Ma anche qui, ammettendo pure tutto ciò, resta quanto meno non chiaro perché mai una struttura biologica non potrebbe essere riprodotta o emulata nell’ambito di un’altra struttura biologica o pseudo-biologica funzionalmente equivalente a livelli arbitrariamente bassi, e creata deliberatamente per esserlo.

E qui veniamo alla questione della “coincidenza dell’identità”. Il principio di identità, in senso logico, è “A=A”. Identico ad un oggetto è solo l’oggetto stesso, nell’insieme delle sue caratteristiche, nessuna esclusa e qualsiasi sia il grado di accuratezza con cui le medesime vengono prese in esame.

Questo d’altronde *non* è il concetto di identità che applichiamo nella nostra vita quotidiana e nei nostri rapporti con il mondo. Per esempio, per la maggiorparte degli scopi pratici, pochi considerano “A1” come diverso da “A” per il mero fatto di essere collocato temporalmente o spazialmente in una posizione diversa. Variazioni nello stato quantico delle particelle da cui è composto “A1” possono ugualmente essere ignorate, specie quando A è una montagna. Ancora, non ci porta di solito a rimettere in discussione l’identità di oggetti del mondo macrofisico il fatto che abbiano una molecola in più o in meno, o una molecola in una posizione diversa.

In realtà, allargando il discorso, nessuno dubita di restare proprietario della medesima automobile non solo dopo aver fatto il pieno, ma neppure quando interi componenti della medesima vengono sostituiti. Alla fine, anzi, un oggetto eminentemente modulare come un PC può essere interamente sostituito, nel tempo, attraverso riparazioni ed upgrade hardware, tutte una ad una inidonee a rendere linguisticamente plausibile l’affermazione che si tratterebbe di un altro PC. Qual è la soglia che è allora davvero rilevante? Non sembra sia possibile raggiungere una conclusione al riguardo se non nel senso in cui:
a) tale soglia è sostanzialmente arbitraria;
b) in ogni modo, ammette inevitabilmente una zona grigia;
c) sia il livello cui la soglia viene posta, sia l’ampiezza della zona grigia, dipendono dai fini per cui l’identità dell’oggetto viene presa in considerazione.

Ora, tali fini sono nella maggiorparte dei casi di natura *funzionale*, sia che si tratti di un’identificazione di genere (“questo è un PC, un cane, un uomo etc.”) sia che si tratti di un’identificazione di specie (“questo è il mio PC, il mio cane, Giulio, etc.”).

Anzi, direi che sono accentuatamente funzionali proprio con riguardo alle persone, in cui l’identità specifica non viene percepita come rimessa fondamentalmente in discussione, se non in senso metaforico (“ormai sei diventata un’altra”), né dalla sostituzione della maggiorparte degli atomi che ne compongono il corpo, né dai notevoli cambiamenti morfologici e di personalità che si verificano nel corso del tempo. E ciò a cominciare innanzitutto dalla nostra stessa identità personale. Ma vale ugualmente, ad esempio, per le identità collettive, che possono certo essere travolte, ma che non sono di per sé messe in discussione né dalla loro evoluzione interna anche tramite contatti con l’esterno, né dalla successione delle generazioni all’interno delle popolazioni interessate. come accenno in Biopolitica. Il nuovo paradigma.

Pertanto, mentre è certo impossibile, anche concettualmente, sostituire un originale qualsiasi con una copia perfetta, sappiamo che ciò non è affatto richiesto perché sia legittimo parlare di “continuità” dell’identità dell’oggetto medesimo, ovvero di una sua “capacità di restare se stesso, e non un altro, pur mutando in gradi diversi”, secondo il significato comunemente usato della parola.

Cosa allora è necessario (e sufficiente) per dire che Tizio è rimasto se stesso? Invece di affanarci a cercare definizioni “essenzialiste”, la cui validità non potrebbe essere comunque dimostrata, possiamo von facilità dare una risposta psicologicamente ed operativamente vera per definizione. Turing come noto definiva come “intelligenza artificiale” quel dispositivo tale per cui un essere umano non sia in grado in un numero finito di interazione di decidere se ha a che fare con un altro essere umano o con un dispositivo artificiale. Noi possiamo generalizzare il concetto nel senso di definire Tizio come “l’entità in grado, in un numero finito di interazioni con un numero finito di interlocutori, di essere in media altrettanto convincente di quanto Tizio lo sia mai stato quanto al fatto di essere proprio lui”.

Ma come possiamo sapere, ribatte qualcuno, che Tizio sia “davvero” lui? Come sappiamo che dopo essere passati dal processo X saremo “davvero” ancora noi stessi, qualsiasi siano i risultati conseguiti nel test suddetto? La verità è che questa domanda non ha risposta perché è la domanda a non avere senso, almeno per chi pensa che l’unica realtà di cui si possa sensatamente parlare non è quella di noumeni kantiani per definizione inconoscibili, ma quella fenomenica.

In realtà, infatti, qualsiasi soggetto in grado di formulare il pensiero “io” non può che ritenere di essere.. se stesso, e percepire una perfetta continuità soggettiva con il suo intero passato – che diversamente non sarebbe appunto “suo” -, come definito dalla memoria cui il soggetto stesso ha accesso.

Pertanto, sotto questo profilo, nessuno sarà mai in grado di concludere di essere stato ad un certo punto… un altro, o percepire una soluzione di continuità tra la propria identità ed un’identità precedente. In altri termini, l’illusione di continuità che tutti sperimentiamo per tanto che possa risalire la nostra memoria è assolutamente indipendente dal fatto che abbiamo continuato a vivere e crescere, sostituendo e modificando i nostri materiali e struttura in modo graduale, oppure che siamo passati in un teletrasporto che ci ha incenerito e poi ci ha ricostruito atomo per atomo in orbita intorno ad Alpha Centauri quattro anni dopo. E tale impressione nulla perciò può dirci con riguardo al fatto se siamo ancora gli stessi di ieri sera, o di un secondo fa, o se il nostro “originale” è stato rapito dagli alieni, o dagli elfi, e noi siamo solo l’automa, lo zombie filosofico, che ne ha preso il posto.

Così come la personalità si costruisce attraverso la socializzazione primaria e secondaria, il fatto che si tratti della “stessa persona” costituisce perciò unicamente l’oggetto di una percezione sociale ed empirica da parte degli altri, non della persona che ha subito il processo. E’ un fatto sociologico, non un fatto filosofico o “scientifico” in qualche senso fisicalista.

Viceversa, l’interessato che è destinato a subire il processo non ha altro modo di formarsi un’opinione sul fatto di essere o meno destinato a “sopravvivere” ad esso che sulla base dell’esperienza relativa alle sue interazioni con altri soggetti che dal processo sono già passati, e dalla sua identificazione o meno di tali soggetti come la stessa persona “prima e dopo”, in quanto copie funzionali “buone abbastanza”.

Si tratta di una proiezione? Certo. Ma questo è esattamente lo stesso tipo di proiezione che ci induce nella vita di tutti giorni ad attribuire un’autocoscienza – che per definizione non potremo mai direttamente sperimentare – ad altri soggetti, o a considerare che io tra un anno, se vivo e cosciente, sarò ancora “io”, anche se a rigore non ho nessun modo di dirlo ed anche se certamente saranno cambiati il mio stato e in parte la mia struttura e il mio substrato materiale.

Stefano Vaj

Recensione di Apocalyptic AI: Visioni del paradiso nella Robotica, l’ Intelligenza Artificiale e la Realtà Virtuale

Questa recensione è basata sulla mia recensione in inglese, con alcune nuove considerazioni.

Oxford University Press – Apocalyptic AI: Visions of Heaven in Robotics, Artificial Intelligence, and Virtual Reality, by Robert M. Geraci – Buy on Amazon.

Dal website dell’ editore: “Descrizione: L’ Apocalisse AI [mi sembra che in Italiano suoni meglio così], la speranza che un giorno potremo trasferire [upload] le nostre menti nelle macchine o nel cyberspazio e vivere per sempre, è un’ idea sorprendentemente diffusa la cui influenza si estende dalla visione del mondo degli appassionati di videogiochi al pensiero filosofico e ai finanziamenti pubblici alla ricerca. In Apocalyptic AI, Robert Geraci offre il primo saggio serio dedicato a questa “cyber-teologia” e ai suoi promotori.”

Quello che Geraci chiama “Apocalisse AI” è la sensibilità transumanista radicale tipica degli scritti di Minsky, Kurzweil e, specialmente, Moravec. È simile, da molti punti di vista, al transumanismo aggressivo, rivoluzionario e politicamente scorretto degli esordi, discusso sulla mailing list dell’ Extropy Institute negli anni 90, me se ne distingue per un’ interpretazione “religiosa” del transumanismo alla quale molti transumanisti della prima ora, affezionati alla loro immagine ultra-razionalista, si opporranno violentemente. Geraci pensa però che l’ apparente separazione tra il pensiero scientifico e il pensiero religioso sia, in realtà, illusoria, e che al contrario l’ evoluzione del pensiero scientifico sia stata fortemente condizionata dalle religioni – sulle quali il pensiero scientifico sta ora cominciando a esercitare una controinfluenza (feedback) della quale l’ Apocalisse AI costituisce un importante esempio.

Immortalità, mind uploading, intelligenze artificiale di livello umano o superiore, la possibilità di trasferire la propria personalità in universi virtuali generati sinteticamente, la possibilità che la nostra realtà sia una simulazione generata in un livello di realtà superiore – temi cari ai transumanisti, affrontati da un punto di vista quasi-religioso. Alcuni lettori odieranno questo libro, ma è impossibile non trovarlo estremamente interessante.

L’ idea, espressa con grande forza da William Sims Bainbridge, che la nostra specie abbia bisogno di una religione “forte” ed esplicitamente transumanista in questa fase della sua storia, e la possibilità che la nascente religione dell’ Apocalisse AI costituisca la risposta dell’ immaginario collettivo a tale bisogno sotterraneo, sono esposte con grande chiarezza. Secondo Geraci, la religione dell’  Apocalisse AI è già presente, in modo a volte nascosto ma con una potente e crescente influenza, in molti settori della società, ma la comunità transumanista è stata fra le prime a farla propria in modo chiaro ed esplicito. Natutalmente molti transumanisti non saranno d’ accordo sulla caratterizzazione del transumanismo come religione, che è forse esageratamente accentuata. Mi sembra però chiaro che il transumanismo può essere interpretato come una religione simila a quella descritta da Geraci e che, forse, una tale interpretazione potrebbe permettere alle nostre idee di raggiungere le masse.

L’ autore, sociologo, antropologo e docente di Storia delle Religioni, scrive dal punto di vista di un osservatore distaccato e imparziale: è un antropologo che osserva la nascita di una nuova tendenza religiosa. Non nasconde, però, il proprio interesse e a volte la propria simpatia verso le idee che studia. Dal 2007 al 2009, Robert è stato un ospite frequente agli eventi transumanisti che abbiamo organizzato in Second Life, ha partecipato all’ incontro su Transumanismo e Religione (2007) e alla Conferenza sulle Religioni del Futuro e il Futuro delle Religioni (2008), è stato testimone della nascita dell’ Ordine degli Ingegneri Cosmici, e ha partecipato a molte discussioni con esponenti transumanisti, con alcuni dei quali è entrato in rapporti di stima, e amicizia. Un osservatore distaccato e imparziale, si, ma immerso nel fenomeno sociologico e culturale che studia e verso il quale, forse, comincia a provare una certa simpatia. Io gli sono grato per aver dedicato molto spazio alla discussione delle mie idee, che ha interpretato in modo fondamentalmente corretto.