Super Homo Sapiens

Due noti genetisti, padre e figlio, prendono le difese di scienza e tecnica di fronte ai sempre piu’ frequenti attacchi dei bioluddisti. La scienza va difesa come forma di conoscenza, ma anche per le sue applicazioni tecniche rivoluzionarie. Non deve spaventarci neppure la probabile futura comparsa di un “Super Homo Sapiens“. Luca e Francesco Cavalli-Sforza, su La Repubblica sostengono coraggiosamente quella che e’ anche la visione dei transumanisti: “In qualche ambiente extrascientifico, “tecnoscienza” è un termine spregiativo, indica un’ attività pericolosa. I n Italia, questo atteggiamento è forse eredità di Benedetto Croce, che aveva relegatoi concetti scientifici al rango di “pseudoconcetti” ed ebbe grandissima influenza sugli intellettuali. Non vi è dubbio che scienza e tecnologia siano sempre più intimamente interfacciate. Nessuna tecnologia avanzata può oggi fare a meno della scienza, né le scienze della tecnologia. Il contenuto delle due attivitàè molto simile ma sarebbe un errore ignorare la sottile e precisa linea di demarcazione che le distingue. La tecnologia sviluppa strumenti nuovi sulla base di nuove conoscenze scientifiche e migliora quelli di cui la scienza già si serve. Si tratta di scienza applicata: nuovi strumenti nascono con l’ obiettivo di rispondere a esigenze pratiche, per risolvere problemi determinati. La scienza invece cerca conoscenze nuove, indipendentemente dalle possibili applicazioni, a volte anzi ignorandole: la vera motivazione è la curiosità, il desiderio di capire come funziona il mondo. La tecnologia può arricchire l’ inventore, la scienza pressoché mai. La dimostrazione più evidente di questa differenza è che, di fatto, o si fa della tecnologia o si fa della scienza: è raro che una sola persona si dedichi ad entrambe. Vi sono limiti alla conoscenza? A chi scrive pare che l’ aumento di conoscenze prodotto dalla scienza sia sempre un bene, ma non tutti sono d’ accordo. Un’ importante eccezione è nella Bibbia: Adamo ed Eva sono cacciati dall’ Eden come punizione per avere assaggiato la conoscenza del benee del male.” Certamente con la tecnologia qualche cautela maggiore e’ necessaria (chi starebbe tranquillo sapendo che il vicino di casa ha una centrale nucleare in cantina? Ma i due autori si spingono a dire che sono pronti a potenziare il loro stesso corpo quando cio’ sara’ possibile e sicuro: “Se in un domani un chip impiantato nel cervello darà alla memoria di un individuo la potenza di un’ enorme biblioteca, saranno in molti (e noi con loro) a mettersi in fila per riceverlo. Detta oggi, l’ idea parrà avveniristica, ma fra cento o duecento anni potrà sembrare tanto normale quanto ai giorni nostri l’ impianto di un pacemaker per sostenere il battito del cuore. La fantascienza, precorrendo i tempi e spingendo lo sguardo nel futuro della ricerca, parla da decenni di cyborg, individui provvisti di protesi elettroniche o di organi sintetici. Sono spesso personaggi inquietanti, in cui le capacità dell’ individuo risultano incrementate a un punto tale che non vi riconosciamo più quelle caratteristiche di “umanità” che, per quanto largamente imprecisate, connotano la nostra identità di specie.” Si tratta di un articolo importante, perche’ rivela che si allarga la schiera degli scienziati naturali interessati e aperti a queste tematiche, anche in Italia.

La nostra bioetica e la loro. Sul conflitto tra cattolici e postumanismo

La chiesa cattolica ha elevato un principio a pietra d’angolo di tutta la propria bioetica: è moralmente vincolante la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale. I transumanisti, dal canto loro, sostengono un principio diverso: è moralmente ammissibile la trasformazione ed estensione artificiale della vita umana oltre ogni limite imposto dalla natura.1

Si potrebbe pertanto pensare che tutte le nuove terapie che permettono ai malati terminali di prolungare la propria esistenza (sondino nasogastrico, alimentazione artificiale endovenosa, macchina cuore-polmoni, ecc.), forzando il limite della durata naturale dell’organismo, siano automaticamente benedette dai transumanisti e maledette dai cattolici. Invece, capita paradossalmente di osservare che i transumanisti – coloro che non vedono nulla di moralmente ripugnante in una vita di durata indefinita – sono pronti a riconoscere il diritto all’aborto, al suicidio, al suicidio assistito, all’interruzione delle terapie salva-vita e all’eutanasia. Al contrario, i cattolici – i sostenitori della durata naturale della vita – sono diventati difensori estremi e intransigenti dell’accanimento terapeutico e della vita artificiale. I casi di Terry Schiavo, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro sono, in tal senso, paradigmatici.

L’apparente paradosso della posizione transumanista si supera se si interpreta il principio nel modo appropriato. Essi non dicono che tutti devono vivere il più a lungo possibile, ma che vada faustianamente affermata la libertà umana relativamente alla propria esistenza – a cominciare da quella più tradizionale ed antica di porvi termine. Partono certo dal presupposto che sia possibile e desiderabile eliminare, ridurre o controllare meccanismi biologici che ci fanno invecchiare e morire. Ma il progressivo raggiungimento di tale obbiettivo non significa affatto che si sarà “immortali”, semplicemente che anche nella migliore delle ipotesi si morirà soltanto di incidenti, malattie nuove e non (ancora) curabili, omicidio o suicidio. Questo potrebbe avvenire all’età di trent’anni come all’età di trecento, esattamente come oggi può accadere all’età di trent’anni come a quella di sessanta. Tuttavia, chi intraprendesse una radicale terapia di ‘life-extension’,2 potrebbe a maggior ragione, ad un certo punto, cambiare idea. Perciò la disponibilità ed adozione di queste tecnologie rappresenta semmai una ragione di più per lasciargli una “via d’uscita”. Si noti che, quand’anche l’obiettivo della longevità illimitata fosse irraggiungibile, ma si riuscisse “soltanto” a triplicare o quadruplicare la lunghezza della vita media, tale conclusione resterebbe ugualmente valida.

Affinché la vita non diventi una prigione, e uno diventi prigioniero anche delle scelte volte ad estenderne la durata potenziale, è ragionevole ammettere la liceità etica del suicidio volontario o assistito. Nella filosofia transumanista, quello che veramente conta è la volontà. Una volontà che si vuole tragicamente elevare al di sopra dell’idea che esista un obbligo morale di “arrendersi” al meccanismo biologico, tanto quello che ci fa morire, quanto quello che ci fa vivere. Con la sola differenza che la soluzione al secondo problema malgrado gli interdetti religiosi ci è accessibile da sempre, mentre le capacità di incidere sul primo problema sono state sino ad oggi molto limitate (anche se la crescita dell’aspettativa di vita media non è certo un fenomeno recentissimo).

I cattolici integralisti sembrano non capire questa filosofia. Ma non ci si può illudere che persone abituate a pensare all’etica secondo la prospettiva del tutti devono, riescano a capire un’etica che invece si fonda sul principio tutti possono – ossia sulla nietzschiana idea di volontà di potenza. Eppure, come il lettore avrà certamente capito, la posizione dei transumanisti è cristallina: la vita artificiale e le terapie salva-vita sono un bene perché accrescono il nostro potere sulla natura, ma a condizione che arbitro unico e insindacabile sul loro uso sia sempre e solo il soggetto che le utilizza.

Il paradosso della bioetica cattolica appare invece più difficile da chiarire. Com’è possibile fare riferimento al concetto di “morte naturale” quando è evidente che essa è spostata nel futuro soltanto grazie a macchine ed interventi del tutto inediti ed artificiali? Di primo acchito, l’ateo o il “diversamente credente” hanno l’impressione che i cattolici mentano sapendo di mentire, oppure che seguano un ragionamento davvero contorto e incomprensibile.

In realtà, c’è una precisa logica in questa impostazione. Soltanto che gli intellettuali e i politici cattolici – quelli che scrivono sui giornali o prendono la parola in televisione – non la rendono troppo palese, perché li esporrebbe al ridicolo di fronte agli atei, ai diversamente credenti o anche agli stessi cattolici secolarizzati (quelli che vivono la fede come pura ritualità esteriore, senza crederci poi molto, o che riducono l’escatologia cristiana ad una vaga speranza, più che ad una certezza dogmatica).

Qual è la “logica”? Ci si dimentica spesso che i cattolici tradizionalisti credono veramente nei segni, nei miracoli, nelle guarigioni, nella provvidenza, nel peccato, nella punizione divina, nella grazia, nella redenzione, nei vaticini profetici, nella forza delle preghiere, in un intervento continuo nelle vicende umane di Dio, di Gesù Cristo che è figlio di Dio ma anche Dio al contempo, dello Spirito Santo, di Maria che è contemporaneamente madre e figlia di Dio (nonché donna fecondata dallo Spirito Santo che coincide con Dio e con Gesù nella trinità), e naturalmente di tutti i santi, gli angeli, gli arcangeli e i guaritori mistici della tradizione, da Padre Pio a San Gennaro, da San Giorgio a Santa Filomena (tralasciando il dettaglio che molti di questi esseri dotati di poteri miracolosi non sono altro che dèi pagani retrocessi al rango di santi).

Quindi, i cattolici sono sinceramente convinti che la morte e la vita dell’individuo dipendano in ultima istanza da una decisione di questa pletora di entità soprannaturali, divine o semidivine. Che il medico attacchi il sondino nasogastrico o la macchina cuore-polmoni al malato terminale è un dettaglio secondario. La scienza ha un ruolo soltanto ausiliario. Se le entità soprannaturali vogliono fare morire il paziente e portarlo in cielo con loro, lo fanno a propria discrezione. La morte “naturale” dipende da una loro decisione, sondino o non sondino. Per i cattolici tutto questo è “naturale”. Ecco spiegato perché essi parlano con nonchalance di vita naturale, anche quando è palesemente artificiale.3

Certo, la logica resta sempre un po’ traballante. Infatti, stranamente, questi poteri magici e miracolosi non valgono più nel caso il sondino venga staccato o le macchine vengano spente dall’uomo. In tal caso, l’uomo, ormai assassino, si ritrova improvvisamente più potente di tutte le entità soprannaturali cristiane. Dio, i santi e gli angeli non sono più forze capaci di sovvertire le leggi fisiche, ma esseri fragili e impotenti di fronte all’arroganza e alla malvagità dell’uomo scientifico, ormai alleato col demonio.

Vano porre un quesito più che lecito: se detti esseri hanno un potere infinito sulla natura, non dovrebbero essere in grado di esercitarlo in qualunque momento e in qualunque modo? Quando il malvagio medico stacca il sondino, autorizzato dagli altrettanto malvagi magistrati, dette forze soprannaturali non potrebbero intervenire compiendo un miracolo, ridando vita alla vittima del sopruso? Non potrebbero rendere il sondino miracolosamente inseparabile dal corpo, fondendolo con esso, o colpire con un maleficio ogni essere umano malintenzionato che osasse avvicinarsi al corpo del malato, con intento eutanasico? Nulla di tutto questo accade. La morte diventa, a piacimento delle gerarchie ecclesiastiche, un fatto divino o un fatto interamente umano.

Di fronte a questi strani ragionamenti il cittadino occidentale secolarizzato, ateo o diversamente credente, si spaventa. Così come si spaventa di fronte alle azioni e alle idee dell’integralista islamico. Non vede la differenza. Perché, in effetti, c’è poca differenza.4 Anzi, almeno per quanto riguarda la bioetica, islamismo ed ebraismo si mostrano ben più tolleranti del cristianesimo cattolico ed evangelico, cui lasciano la palma dell’estremismo. 5

Il corpo e l’anima

Se è nato un conflitto “spontaneo” fra cattolici e transumanisti, nonostante entrambi movimenti si presentino come ideologie della vita, è perché la questione antropologica va ben oltre la durata della vita. Alla base del conflitto c’è proprio una concezione filosofica diversa dell’essere e del divenire. Per il cattolico il corpo vivente non appartiene alla persona o alla comunità di cui questa è parte, ma ad un essere soprannaturale che lo affida solo temporaneamente a mani umane, affinché lo utilizzino in un certo modo, e non in altro.6 L’obbligazione etica cristiana, anche in materia sessuale, si regge su questo assunto. Per il transumanista, invece, il corpo appartiene alla persona (è tutt’uno con la persona), e può essere usato e modificato a piacimento. Da questa impostazione segue una amplissima libertà morale anche nei comportamenti quotidiani e non solo in materia di bioetica.

Qui incontriamo un secondo interessante paradosso. I cattolici, che credono nell’esistenza di un’anima immortale e sembrano dunque dualisti, difendono il diritto alla vita di corpi inanimati. Di qui le battaglie contro l’aborto, la selezione eugenetica degli embrioni, la ricerca sulle cellule staminali e l’eutanasia. I transumanisti, che per lo più non credono in un’anima personale ed immortale così come immaginata dalla metafisica cristiana, identificano la persona innanzitutto con la personalità, la coscienza, il pensiero, l’informazione, l’azione (come dice Faust: “All’inizio fu l’azione”). Tanto che, per il transumanista, in assenza permanente di coscienza e di atti volontari riferibili ad un soggetto non c’è persona. Di qui la posizione favorevole a riguardo delle sopracitate pratiche biomediche.

I cattolici sono così ossessionati dai “corpi inanimati” che non solo si sono opposti per secoli alla loro dissezione anche quando erano indiscutibilmente morti in qualsiasi plausibile senso del termine, ma scatenano oggi vere e proprie guerre politiche e mediatiche se viene soppresso un embrione difettoso o se viene lasciato morire il corpo ormai incosciente di un malato terminale. Mentre si stracciano molto meno le vesti se un barbone muore di fame o un operaio muore sul lavoro. Insomma, pare che per il cattolico la vita vegetale, incosciente, sia quasi più importante della vita intelligente, cosciente. I transumanisti, dal canto loro, sono invece così attaccati alla propria coscienza e distaccati emozionalmente dalla corporeità biologicamente data che prendono in considerazione persino l’ipotesi di “sopravvivere” in forma di avatar in un computer o quella di reincarnarsi in un robot grazie al mind-uploading – che, se ci si pensa, corrisponde ad una sorta di metempsicosi artificiale. Oppure prendono in esame l’idea di provvedere alla sospensione crionica (il congelamento in azoto liquido per eventuali future “rianimazioni”) della sola testa, proprio perché la testa è il luogo in cui sono stipate tutte le informazioni importanti relative alla nostra personalità.

Il paradosso transumanista si supera accettando l’idea che il corpo fisico ha parti più o meno importanti, in relazione all’identità e alla continuità dell’esistenza. Se ci tagliamo le unghie o i capelli, qualcuno potrebbe notare la differenza esteriore, ma la nostra persona sarebbe sempre la stessa. Nemmeno un trapianto di rene modificherebbe radicalmente la nostra identità, anche se si tratta di un organo vivente, con un diverso DNA. Se anche tutti e quattro i nostri arti e alcuni organi venissero sostituiti da congegni elettromeccanici, la nostra identità resterebbe grosso modo la stessa. Sarebbe certamente un trauma, ma non avremmo dubbi sul fatto che c’è una continuità identitaria della nostra persona. Quell’essere che prima camminava con gambe biologiche è lo stesso che ora cammina con gambe biomeccaniche, perché ricorda il primo evento e il secondo e li riconduce ad unità. Invece, un ipotetico trapianto di cervello – contenente altri ricordi, idee, pensieri – determinerebbe una radicale e decisiva discontinuità identitaria. Anzi, se il cervello sostituito cessa le funzioni, si ha pure la cessazione dell’identità, la morte. Chi vive e continua in quanto individuo è semmai l’organo-cervello che ha trovato una nuova casa, non certo il corpo che lo ospita. Ecco perché, non si deve necessariamente essere dualisti per identificare la persona con la coscienza, il pensiero.

Veniamo ora ai cattolici. Qui, ancora una volta, la matassa sembra più difficile da districare. I cattolici sono dualisti o materialisti? Parlano di anima immortale che ascende al cielo, ma credono anche nella resurrezione dei corpi. Non si sa fino a che punto certi dogmi vadano intesi alla lettera o in senso figurativo. Restando comunque alla vita terrena, pare che l’anima non giochi più un ruolo decisivo in questa religione, che appare estremamente “carnale”. L’attenzione ossessiva alla sessualità e alla riproduzione è una costante del cristianesimo. Ma perché questa strenua lotta in difesa dei diritti umani dei corpi inanimati e incoscienti, quando c’è una lunga storia documentata di lotta della Chiesa cattolica contro le libertà civili dei cittadini vivi e coscienti?7

In realtà, è proprio guardando alla genesi e alla storia di questa religione che possiamo capire tutta coerenza della sua attuale posizione in bioetica. L’attenzione alla coscienza e al concetto di anima che il cristianesimo ha avuto in certi frangenti della propria storia (l’opera di Tommaso d’Aquino nel medioevo o dei teologi neoplatonici nel Rinascimento) è in realtà di derivazione pagana. Il cristianesimo, nella misura in cui è fedele alle proprie radici giudaiche, è una religione tutta carnale e anti-intellettualistica.

Adamo ed Eva sono buoni finché sono animali inconsapevoli. Quando acquistano coscienza della propria esistenza, mangiando dall’albero della… conoscenza, diventano malvagi e vengono puniti. È interessante il parallelo che si pone sin dall’inizio tra conoscenza e coscienza – che è in fondo conoscenza e consapevolezza di sé. Gesù sembra confermare questa tradizione, quando afferma che i sapienti – gli uomini col più alto livello di consapevolezza – sono come sepolcri imbiancati, sono lontani da Dio, ossia impermeabili alle parole della religione. Beati sono invece i bambini, gli ignoranti, i poveri di spirito, perché aprono il loro cuore ingenuo e puro alle parole dei preti e dei predicatori. Beati sono coloro che credono senza aver visto. Malvagi sono coloro che credono solo di fronte a prove empiriche o razionali. I sapienti, appunto, perché fanno professione di scetticismo sistematico, al fine di distruggere pregiudizi e superstizioni.

I Padri della Chiesa (San Paolo, Agostino, Tertulliano) si muovono ancora coerentemente nel solco di questa tradizione, quando scatenano una vera e propria guerra contro i filosofi pagani, per i quali la conoscenza è il bene supremo. Sempre coerentemente, la Chiesa cattolica si batte anche nell’Ottocento e nel Novecento contro l’istruzione obbligatoria e gratuita a tutti i cittadini, giustificando persino il lavoro minorile. Le gerarchie vaticane sono ancora una volta coerenti con la tradizione. Hanno dominato sul mondo finché hanno controllato l’accesso alla cultura ed alla tradizione scritta e strutturata. Man mano che l’istruzione è cresciuta, la consapevolezza è cresciuta, la coscienza è cresciuta, hanno perso prima gli aristocratici, divenuti ghibellini, libertini o neopagani, poi la borghesia, divenuta illuminista e positivista, e infine il proletariato, divenuto socialista e rivoluzionario.

Non stupisce allora che le gerarchie ecclesiastiche non riescano proprio a vedere la conoscenza – e in particolare la conoscenza di sé, la coscienza – come un bene supremo, alla maniera dei pagani. Piuttosto sacralizzano la “vita umana”, anche quando meramente inconsapevole.

Naturalmente, non si vuole con questo negare che siano esistite menti eccelse nella storia del pensiero cristiano. Basti menzionare filosofi e scienziati del calibro di Soren Kierkegard o Blaise Pascal. Dovendo però conciliare un approccio razionale ed empirico con una tradizione fideistica ed anti-intellettualistica, le grandi menti cristiane sono spesso di necessità anche intelligenze sofferte. Sofferte, perché divise. Quel metodo che usano con successo per comprendere il mondo, deve essere messo da parte ogni qual volta ci si addentra in questioni religiose o teologiche.

Scriveva infatti Pascal nel suo Memoriale: «Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e dei dotti. Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace. Dio di Gesù Cristo…». Insomma, mentre il deista Cartesio rimaneva se stesso – un filosofo e un matematico – quando pensava al cosmo, alla natura, all’uomo, all’animale, e anche a Dio, indifferentemente, il cristiano Pascal entrava in conflitto con se stesso e con la propria categoria professionale non appena rivolgeva il pensiero a Dio. Ma, a riguardo di questo aspetto, non c’e’ forse nulla di più emblematico del pronunciamento di Kierkegaard in Timore e tremore: «La fede comincia appunto là dove la ragione finisce».

Divergenze a livello metaetico

Il cattolico finisce dunque per identificare il soggetto morale – ovvero il soggetto a cui è richiesta una condotta morale o che si ritiene titolare di diritti – con la “vita umana”, anche se del tutto priva di coscienza, includendo perciò embrioni, feti, e corpi umani in stato vegetativo irreversibile. Il transumanista tende, invece, ad identificare il soggetto morale con “l’essere senziente”, un concetto ben più ampio rispetto a quello di umanità, e diverso da quello di vita umana. L’insieme degli esseri senzienti potrebbe infatti includere anche certe specie animali (nella loro natura attuale o in future versioni “potenziate”), nonché ipotetici alieni, computer pensanti, androidi, cyborg e oltreuomini. In questa prospettiva, il valore supremo non è la vita biologica, la mera esistenza, ma la volontà consapevole, l’intelligenza attiva.

Siamo dunque di fronte a due filosofie, dalle quali derivano due distinte bioetiche. Tuttavia, si notano delle differenze radicali fra transumanisti e cattolici anche a livello metaetico – ovvero a livello della definizione stessa di etica e, quindi, delle regole del gioco.

Le dottrine etiche sono spesso un insieme interconnesso di giudizi di fatto e giudizi di valore. Mentre i primi sono oggettivi, ovvero veri o falsi, i secondi sono soggettivi, ovvero miei o tuoi. Alla domanda etica «come dobbiamo vivere?» si risponde facendo in parte riferimento alla conoscenza, ossia a fatti oggettivi, e in parte – e soprattutto – a valori e valutazioni soggettive. In linea di principio, i transumanisti potrebbero rispondere agli anatemi dei cattolici, appellandosi semplicemente ai principi laici e liberali su cui le costituzioni democratiche pretendono di fondarsi. Se il dilemma è mutare o perire – secondo questo paradigma – i cattolici sono in fondo liberi di perire e non mutare, mentre i transumanisti sono liberi di mutare e non perire. Sennonché, i cattolici sono sordi a questa argomentazione e cercano continuamente di tradurre in legge i propri precetti, in “reati” i “peccati”, scivolando cosi inesorabilmente dalla bioetica “consultiva” dei comitati alla biopolitica coercitiva dei governi clericali.

Ciò accade perché i cattolici sono convinti che la morale sia un fatto di conoscenza e non di libera scelta valoriale, sia che venga fondata sul volere di Dio (il cui volere si presume conosciuto dalle sole gerarchie ecclesiastiche) sia che venga fondata sulle leggi di natura (conosciute ovviamente dai soli cattolici, o ai limiti dai “laici” che restano integralmente nell’orizzonte valoriale cristiano, pur avendone perduto per la strada la fondazione metafisica). Dunque, chi non è d’accordo con i cattolici è ipso facto immorale. Lo è per ignoranza – se non è a conoscenza della verità della rivelazione e della ragione naturale – oppure per pura malvagità – se la conosce ma la rifiuta, se non apre ad essa il cuore.

Su questo insiste in particolare Giuliano Ferrara, uno dei più acerrimi nemici del transumanesimo, nonché portavoce autonominato (e mai smentito) delle gerarchie ecclesiastiche. Nell’articolo Mettere in dubbio il dubbio8, Ferrara arriva a paragonare il transumanesimo alla bomba atomica, paradigma di ogni malvagità umana: «La bomba di questo secolo non è distruttiva, al contrario: la nuova bomba è invece l’infinita capacità creativa del laboratorio». Ma per Ferrara il transumanesimo è anche peggiore, perché «questa arma ha… una forza devastatrice infinitamente superiore a quella dell’atomica. La creatività genetica può infatti anche curare la vita, non solo farla o predeterminarla secondo i suoi principi. Si presenta cioè con benevolenza».

Ovviamente, per il direttore de Il Foglio l’apparenza inganna, dal momento che il benessere nega il vero bene. «Possiamo stare meglio, concetto relativo, solo a patto di rinunciare alla buona vita, concetto assoluto. È tutto qui il relativismo transumanista: avrai un sempre maggiore benessere, migliorerai la tua condizione esistenziale, ma solo a patto di rinunciare all’ultimo sedimento oggettivo, stabile, della vita buona». Naturalmente, cos’è la vita buona è dato di saperlo solo a Giuliano Ferrara. Il depositario della verità assoluta ci spiega anche che «non è una questione di morale, di valori, è una questione di conoscenza e di ragione». E questo è il punto chiave.

La tesi viene immediatamente rigettata da Dario Antiseri, sullo stesso giornale, alcuni giorni più tardi: «No, qui non sono affatto d’accordo, giacché quel che dobbiamo essere e quel che dobbiamo fare è esattamente una questione di morale e di valori». E rincara la dose ricordando che proprio «la “presunzione fatale” di essere in possesso di verità ultime e definitive, di considerarsi interpreti legittimati di valori esclusivi, di conoscere l’essenza del bene e quella del male, di sapere in che cosa consiste la società perfetta, è la prima tra le cause per cui la terra è inzuppata dal sangue di milioni e milioni di vittime innocenti».9 Antiseri difende dunque il relativismo. Si da il caso che Antiseri sia anch’egli cristiano, anzi, certo più di Ferrara, visto che quest’ultimo è solo un “ateo-devoto”. Tuttavia, le prese di posizione del Pontefice e delle gerarchie ecclesiastiche sembrano più in linea con quelle di Giuliano Ferrara, dato che indicano il relativismo etico come il male assoluto.10

È mai possibile che i bioconservatori clericali non si accorgano che lo stile di vita che loro ritengono “buono”, appare invece orrendo o insensato a milioni o forse miliardi di esseri umani su questo pianeta? Non si rendono conto che questa è solo la loro morale, la loro buona vita? Torna alla memoria un noto saggio di Leon Trotskij, il cui titolo ben si presta anche a descrivere questo scritto: “La nostra morale e la loro”.11 In esso, Trotskij pone lo stesso quesito alla borghesia. Si rendono conto i borghesi che quello che loro chiamano “morale universale” altro non è che la morale della borghesia? I borghesi sono abilissimi nel relativizzare storicamente la morale antica dello schiavismo o quella medievale del feudalesimo, ma poi dimenticano sorprendentemente di relativizzare la propria. La trattano come un fatto universale, una legge naturale vincolante anche per i proletari o gli aristocratici. Naturalmente – aggiungo io – anche i comunisti cadono nello stesso errore, perché ritengono ancora una volta la società senza classi uno stadio definitivo dell’umanità, per cui la morale del proletariato viene ipso facto innalzata a morale universale. Sono relative solo quelle precedenti.

Alla base di questa presunzione fatale – comune anche alla visione di Ferrara – c’è un errore filosofico, che Antiseri non tarda ad evidenziare: «Stabilito (…) che le concezioni etiche sono contenutisticamente diverse, l’ulteriore irreprimibile domanda è la seguente: abbiamo a disposizione un criterio razionale, valido erga omnes, per decidere quale etica sia migliore in quanto razionalmente fondata? Ebbene, un interrogativo del genere, nucleo di ogni teoria dell’etica, non può ricevere una risposta positiva, se regge la “legge di Hume”. La legge di Hume ci dice che dalle descrizioni non sono logicamente derivabili prescrizioni, con la conseguenza che i valori di un sistema etico, i principi fondamentali, risultano fondati, in ultima analisi, sulle scelte di coscienza di ogni singola persona e non su argomentazioni di natura razionale».12

Tra l’altro, nell’articolo di Ferrara queste ragioni oggettive e assolute contro il transumanesimo o a favore della vita buona cristiana non paiono così evidenti o ben argomentate. C’è solo un vago appello alla saggezza antica, alla tradizione, alla nostalgia di ciò che fu e che forse non sarà più. Ma nel mio libro Etica della scienza pura13 ho mostrato in dettaglio che le radici del transumanesimo sono antichissime, in particolare nella storia europea. Certo non meno di quelle dell’attuale bioconservatorismo. Dunque, vi sono diverse “saggezze antiche”, diverse idee di “vita buona” anche alle nostre spalle. Non si sfugge al relativismo rifugiandosi semplicemente nel passato, nella tradizione. Il passatismo, più che una scorciatoia è un vicolo cieco.

Ferrara dunque sbaglia sul piano filosofico perché non conosce (o scorda) “la Legge di Hume” e sbaglia sul piano storico perché non sa che si possono rintracciare le matrici ultime della mentalità transumanista nei miti greci, nell’alchimia, e nel pensiero di Ruggero Bacone, nelle teorie del quasi omonimo Francesco Bacone, o nei successivi movimenti di emancipazione dall’egemonia della metafisica cristiana, e in particolare nell’illuminismo e nel futurismo.14 Antiseri ha invece ragione quando dice che «la “legge di Hume” è la base logica della libertà di coscienza. La scienza sa e l’etica valuta; esistono spiegazioni e previsioni scientifiche, ma non esistono spiegazioni e previsioni etiche – esistono valutazioni etiche. L’etica non è scienza; l’etica è senza verità. Da tutta la scienza non possiamo estrarre un grammo di morale».15

Tuttavia, si può andare anche oltre il discorso di Antiseri. Non solo Ferrara viola una norma logica, costruendo il dover essere sull’essere. Ciò che è ancora più grave è che, in realtà, costruisce il dover essere sul non essere. Nel senso che le stesse premesse fattuali dalle quali invalidamente deriva le norme comportamentali sono frutto di fantasia, piuttosto che di osservazione scientifica.

Vediamo la questione in dettaglio. Esistono molte dottrine etiche, ma esse possono essere riunite in due grandi famiglie: le dottrine consapevolmente relativistiche e le dottrine con pretese assolute. Chi accetta la relatività dell’etica non deve più supportarla con fatti e ragioni, deve solo affermarla – e possibilmente testimoniarla con la propria condotta. Ma chi intende proporre un’etica assoluta, valida per tutti in tutti i tempi e tutti i luoghi, ha necessariamente bisogno di fondarla su fatti (veri o falsi). Dire che una certa condotta umana coincide con il volere di Dio è un giudizio di fatto (vero o falso), non un giudizio di valore. Dire che una certa condotta è conforme alla natura umana è un giudizio di fatto (vero o falso), non un giudizio di valore. La legge di Hume riesce a spazzar via giudizi di valore (sul dover essere) fondati su giudizi di fatto (sull’essere), aldilà della verità o falsità di questi ultimi. Nella fallacia cadono proprio le argomentazioni tradizionaliste e passatiste acritiche, del tipo «facciamo così, perché si è sempre fatto così».

Ma che succede se un integralista religioso risponde che Hume è solo un uomo, e la sua è perciò una legge umana, mentre il volere di Dio è al di sopra delle leggi umane? Che succede se un integralista religioso rivendica il diritto di derivare valori da fatti? Che succede se, oltretutto, l’integralista pretende che i fatti che afferma sarebbero scientificamente fondati? Questa non è una possibilità astratta, ma un’osservazione sociologica, perché è esattamente quello che fanno gli integralisti religiosi. Tutte le dottrine etiche con pretese assolute mischiano giudizi di fatto e giudizi di valore, e rivendicano la correttezza dei primi e dei secondi.

Se si accetta questa logica, la scienza non corre più parallelamente all’etica, senza mai toccarla. È vero che la scienza non può né supportare né annientare un’etica relativistica, ovvero consapevolmente relativa, ma – se il richiamo alla logica cade nel vuoto – la scienza può ancora (e forse deve) demolire le etiche “assolute”, pretesamente necessarie, eterne e universali, mostrando che i giudizi di fatto su cui si basano sono falsi o scientificamente infondati.

Nell’articolo di Ferrara si capisce che l’autore cerca di giungere per vie razionali alle stesse conclusioni alle quali la Chiesa Cattolica è giunta in passato per vie teologiche. La nuova strategia è vitale, perché la via teologica, specie se “letteralista”, può essere facilmente demolita per via scientifica. Se quest’etica della bioconservazione è davvero il volere di un essere soprannaturale, su chi lo afferma pesa l’onere di due prove: la prova dell’esistenza di detto essere, e la prova della capacità esclusiva di certi esseri umani di farsi portavoce del volere di detto essere. Il metodo scientifico su questo è inflessibile. Per dirla con Euclide, «tutto ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova». Dunque, in assenza di prove, le pretese assolutistiche dell’approccio teologico cadono di fronte ad una legittima e metodologicamente fondata negazione di Dio, di ogni essere soprannaturale, nonché della credenza (anch’essa tutta da dimostrare) che qualcuno abbia accesso privilegiato alla volontà del supposto ente supremo. Per la scienza, l’esistenza di Dio è solo una speculazione, libera finché si vuole, ma non è “un fatto verificato” e nemmeno un’ipotesi, perché quest’ultima prevede almeno una possibilità teorica di verifica o smentita.

Più complessa è invece la confutazione della morale bioconservatrice, se la si pretende fondata su una non meglio precisata natura umana o sulla ragione, ritenuta capace di riconoscere con certezza detta natura. Non a caso anche la Chiesa cattolica segue sempre più spesso la strada della morale naturale e non parla quasi più di Dio, sapendo della debolezza dell’argomento teologico, in una società ormai secolarizzata.

A ben vedere, anche a riguardo di questo approccio, la pretesa assoluta potrebbe essere rigettata facilmente… accettandone le premesse! Se è vero che detta morale è un fatto naturale, ovvero è fondata sulla natura umana, come si spiega il fatto che milioni di esseri umani non la sentono propria, non la fanno propria? L’unica conclusione logica è che tutti coloro che non la sentono propria, in realtà, non sono esseri umani. E, in effetti, frequenti sono le accuse dei moralisti cristiani agli immoralisti atei di inumanità, disumanità, diabolicità, bestialità. Su questo sembra non avere dubbi Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, quando enfatizza «la lotta tra l’umano, cioè il senso religioso, e il disumano, cioè la posizione positivista di tutta la mentalità moderna [sic!]».16

Un nietzschiano coerente potrebbe del resto accettare per paradosso il ragionamento, portandolo alle estreme conseguenze. In sintesi: gli uomini hanno uno specifico codice etico, fondato sulla loro natura; detto codice, che la stessa ragione umana rivela, li vincola ad una determinata condotta di sottomissione all’autorità, di credenza incondizionata ai dogmi religiosi, e di bioconservazione; detto codice non vincola però le scimmie, perché non sono parte del consorzio umano; allo stesso modo non vincola gli oltreuomini, che hanno una natura del tutto diversa, postumana o almeno postumanista, e dunque sono refrattari ad una mentalità da schiavi nei confronti dell’autorità, pensano criticamente piuttosto che credere ciecamente, e – a differenza dei propri predecessori, della “corda tesa” che si sono lasciati alle spalle – sono pronti ad accettare la sfida dell’evoluzione autodiretta.

Si potrebbe obiettare che una simile risposta (una provocazione?) uccide il dialogo in partenza. Ma che dialogo è mai possibile con chi si ritiene depositario della verità assoluta, considera non negoziabili le proprie posizioni etiche e stigmatizza come “disumani” i suoi critici?

Tuttavia, lo spirito scientifico invita a non fermarsi a questa scorciatoia argomentativa. L’etica bioconservatrice crolla di fronte a ben più consistenti fatti, perché è fondata su una concezione pre-darwiniana e dunque falsa dell’uomo. Quando Ferrara (facendosi interprete di un sentire comune nel mondo cattolico) dice che è immorale l’idea stessa della mutazione della natura umana, sembra dimenticare che siamo immersi da sempre in un processo di evoluzione e, dunque, la natura umana è qualcosa di difficilmente definibile e da sempre in costante mutamento.

Non solo. Dimentica anche che molte delle caratteristiche attuali dell’uomo derivano da scelte dei nostri predecessori di adottare determinati modi di vita, soluzioni, e tecniche, a partire dalla pietra scheggiata. Utilizzando strumenti da incisione, l’uomo ha avuto sempre meno bisogno di unghie forti. Controllando il fuoco e cuocendo il cibo, ha avuto sempre meno bisogno di una dentatura possente, dando la possibilità al cervello di occupare porzioni crescenti della scatola cranica a scapito della mandibola. Migliorando le armi da taglio è entrato in possesso di pellicce che hanno gradualmente reso superfluo il pelo per proteggersi dal freddo. Costruendo ripari, piuttosto che limitarsi ad utilizzare quelli esistenti in natura, ha colonizzato ambienti diversi, con climi diversi, che hanno poi retroagito ulteriormente sul suo fenotipo e genotipo. Ogni nuova tecnologia ha retroagito sulla natura umana. Quindi la natura umana non è un dato, ma un prodotto della tecnica, forse prima ancora che dell’ambiente.

È dunque scientificamente infondato quanto afferma Ferrara: non è vero che l’uomo di oggi, l’uomo postmoderno, piombato nel nichilismo dei valori, avendo rinunciato alle proprie radici cristiane, ha deciso di trasformare se stesso con la tecnica, seguendo un semplice capriccio, magari perché si annoia. L’uomo ha sempre mutato se stesso con la tecnica! Lo ha sempre fatto, negli ultimi quattro milioni di anni. La differenza è che ora ha preso coscienza del processo e si chiede se non sia più consigliabile farlo in modo razionale e consapevole.

Se l’uomo ha creato se stesso, se l’uomo è l’essere artificiale per natura, se è difficile o addirittura impossibile tracciare una linea di separazione netta tra il naturale e l’artificiale, affermare che l’etica transumanista è un errore, significa affermare che l’uomo stesso è un errore. Ma questo non è certamente ciò che credono umanisti e cristiani. Dunque, c’è piuttosto un errore di fondo nella loro visione del mondo, che ci pare di avere svelato.

Naturalmente, i cattolici potranno sempre uscire dall’impasse affermando che la prova dell’esistenza di Dio è nella Rivelazione e che il darwinismo è solo un’“ipotesi”.17 Aggrappandosi cioè alla fede e rinunciando alle vie razionali. Seguano pure questa strada, se preferiscono. In fondo, è la strada maestra indicata dalla destra cristiana americana. Ma, seguendo questa via, non possono che tagliare ogni definitivo ponte con la modernità, ossia con il resto del mondo scientificamente e tecnologicamente avanzato, che include anche potenze non cristiane come Cina, India e Giappone, o almeno parzialmente “decristianizzate” come l’Europa.18 Se la via della ragione non è percorribile, per la legge di Hume o per l’infondatezza dei giudizi di fatto su cui si costruisce la dottrina etica, quella della pura fede conduce alla marginalizzazione.

Si badi che i transumanisti non derivano la liceità etica dei propri comportamenti dalla costatazione che “si è fatto sempre così, seppur inconsapevolmente”. Proprio perché, così facendo, violerebbero la Legge di Hume. E alla logica i transumanisti preferiscono non rinunciare. Tra l’altro, un movimento risolutamente futurista non può certamente cercare una autorità nel… passato, anche se il passato è davvero dalla sua parte. Quand’anche così non fosse, oggi si può mutare semplicemente perché si vuole mutare. Si torna dunque al primato della volontà e si accetta completamente la premessa metaetica del relativismo.

L’etica transumanista non è più “vera” di quella cattolica, nonostante tutte le difficoltà logiche ed empiriche di quest’ultima, dovute peraltro alle sue pretese assolutistiche. Non è più vera, perché i valori non sono né veri né falsi. Ma è la nostra. E questo ci basta.

La questione dei diritti umani

Noi abbiamo la nostra bioetica. I cattolici hanno la loro. La nostra bioetica e la loro. Non si potrebbe allora percorrere la via della tolleranza, del rispetto reciproco, accettando il relativismo dell’etica e le regole “laiche” che dovrebbero consentire ai cittadini di procedere in direzioni diverse, o almeno quelle autenticamente democratiche19 che dovrebbero consentire alle comunità popolari di prendere decisioni rispetto al proprio avvenire?

A quanto pare, i cattolici sono contrari. Al punto che usano ormai toni durissimi, quando parlano di bioetica. Mentre i laici “generici” si stupiscono di questo atteggiamento, i “laici transumanisti” non si stupiscono affatto. Questo accade perché i laici generici, a differenza dei cattolici e dei transumanisti, hanno una visione meno radicale del futuro.

Tutto sarebbe più chiaro se i cattolici, invece di arrampicarsi sugli specchi di una presunta etica assoluta, raccontassero le loro vere paure. Personalmente, non credo certo che Marx avesse sempre ragione. Tuttavia, ritengo che avesse ragione perlomeno quando invitava a cercare gli interessi dietro le dottrine etiche e morali. Detti interessi non sono necessariamente di classe, o materiali, come sosteneva Marx, ma sono nondimeno un fattore non trascurabile.

Il piano di Giuliano Ferrara non è un mistero. Traspare da una serie infinita di articoli apparsi su Il Foglio, in tema di “scontro di civiltà”. Pare che, pur essendo ateo, il giornalista sogni di mandare in guerra i giovani europei nel segno della croce, nella speranza che mostrino un fervore non inferiore di quello che ha animato finora gli integralisti islamici. Ritiene insomma che per sconfiggere l’Islam, l’Occidente debba essere duro e fanatico come il nemico. Ritiene inoltre che la bioetica – con i suoi toni apocalittici e le sue questioni di vita o di morte – sia il miglior banco di prova, per tentare di ridare vigore alla fede cristiana e trasformarla in instrumentum regni. La fede cristiana e la fedeltà alle gerarchie cattoliche può, infine, rivelarsi un ottimo strumento per dare finalmente un’anima al centrodestra, altrimenti legato al carisma di un capo indiscusso, ma non immortale, e agli interessi gestionali di una casta di politici saltati a bordo per spartirsi le spoglie del sistema (problema identitario che del resto non lascia indenne neanche il centrosinistra).

Limitatamente al problema della bioetica, finora il popolo italiano, per stessa ammissione di Ferrara, ha risposto al grido di dolore «con una sonora pernacchia».20 L’operazione di ricostruzione identitaria del centrodestra sembra invece avere maggiore successo.

Giochiamo allora a carte scoperte. Una volta accettata l’idea che l’etica è un fatto di interessi e sentimenti, più che di natura e ragione, i cattolici potrebbero mettere in evidenza, come fa Fukuyama meglio di Ferrara, che sussiste un pericolo oggettivo per la loro esistenza, se fallisce il loro tentativo di imporre a tutti la propria bioetica (in barba alla laicità degli Stati e alle libertà civili). Si badi che il pericolo riguarda i soli bioconservatori, dei quali i cattolici costituiscono una parte consistente, e non l’umanità intera come vorrebbero farci credere.

Questo i laici stentano a capirlo. I laici si chiedono: ma come è possibile che un principio tanto chiaro come l’articolo 4 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, recepito anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che attribuisce all’individuo una libertà amplissima, limitata soltanto dal diritto alla libertà degli altri, sia de facto calpestato continuamente da cattolici e da laici conservatori che tra l’altro amano dirsi liberali? In realtà, i cattolici si richiamano ai diritti umani solo quando fa loro comodo, come vedremo più sotto. E, d’altronde, non si può nemmeno criticarli troppo per questo, dal momento che i diritti dell’uomo sono un prodotto storico, relativo a specifici luoghi, tempi e sensibilità, un precipitato di quella morale liberale e borghese di cui parlava Trotskij, che al pari di tutte le altre regole etiche non sfugge alla Legge di Hume e alla fallacia naturalistica.21

Nel frattempo, i “laici” insistono ossessivamente sul fatto che la laicità apre spazi di libertà (senza peraltro mai dirci che cosa ne vogliono fare, o cosa pensano se ne dovrebbe fare). All’interno di questi spazi, il cattolico è libero di rimanere attaccato ad un sondino nasogastrico anche per l’eternità, se lo desidera, mentre un non cattolico, può decidere di rinunciare alla terapia, pur sapendo che tale rinuncia lo porterà alla morte. Ma i cattolici sembrano sordi al ragionamento. Come abbiamo già visto, sostengono che il corpo non appartiene all’uomo, ma a Dio, che le leggi di Dio sono superiori alle leggi dell’uomo, inclusa le Dichiarazione sui diritti umani, e che la Chiesa cattolica è l’unica interprete legittima della legge di Dio. Per questa via arrivano a capovolgere la realtà, spacciando un obbligo (di vita) per un diritto (alla vita).

Sono tutti impazziti? No. In realtà, le gerarchie ecclesiastiche hanno capito che la laicità non è più (o non è mai stata) una garanzia sufficiente per loro. Non vogliono la libertà di religione, ma la libertà di imporre a tutti la propria religione. C’è una serie impressionante di encicliche che conferma questa linea, anche se i “cattolici liberali” sembrano non vederle. Ma ora lo ammettono candidamente anche i pubblicisti cattolici. Per esempio, Lucetta Scaraffia, in un articolo contro il transumanesimo apparso su Avvenire, dice che «la via seguita dai fautori della “libertà della scienza” a ogni costo sarà la difesa dei diritti civili, come già vediamo dall’allargamento dei diritti umani al piacere sessuale e alla possibilità di cambiare l’identità sessuale per motivi psicologici, tendenze che nascondono l’abbandono dei primi e più importanti diritti sanciti dalla dichiarazione del 1948: quello alla libertà religiosa e soprattutto quello che sancisce la dignità di ogni vita umana». Dunque, la Scaraffia ammette che i diritti civili possano trovarsi dalla parte dei transumanisti, non da quella dei cattolici, e che perciò vadano messi da parte quando necessario.

Tuttavia, erra clamorosamente quando afferma che esistono fantomatici “primi e più importanti” diritti umani che garantiscono la libertà religiosa, come lei la intende. La dichiarazione del 1948, in realtà, garantisce un diritto ad avere una propria religione e a cambiare religione, ovvero un diritto all’apostasia, non certo una prerogativa degli stati clericali di imporre o privilegiare scelte religiose cristiane.22 Ma ancora, possiamo chiederci, in che modo una persona che cambia sesso o ritiene di poter trarre piacere dal sesso limita la libertà religiosa della Scaraffia?

Un laico fa fatica a capire, non vede la logica del ragionamento. Sembrano confrontarsi due visioni del mondo inconciliabili e incommensurabili. Ma la Scaraffia è persona di riconosciuta intelligenza, sicuramente in grado di capire che il diritto all’apostasia è l’esatto contrario della prerogativa statale di imporre una religione. Perciò, la disonestà intellettuale diventa un legittimo sospetto. Anche perché i paesi islamici hanno rifiutato di firmare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sottoscrivendone una alternativa, proprio in quanto l’Islam coerentemente non ammette l’apostasia.

Allora torniamo alle obiezioni serie, quelle di Fukuyama, e capiremo forse qual è il timore reale dei bioconservatori (cattolici inclusi), quali sono gli interessi che sentono insidiati, e perché si sentono in diritto di derogare alle libertà civili, anche quando provengono da una cultura liberale. Scrive il filosofo nippo-americano:

«Se cominciamo a trasformarci in qualcosa di superiore, quali diritti rivendicheranno queste creature migliorate e quali diritti possiederanno in confronto a quelli lasciati indietro? Se alcuni vanno avanti, potranno gli altri permettersi di non seguirli? Queste domande sono abbastanza inquietanti all’interno delle società ricche e sviluppate. Aggiungete le implicazioni per i cittadini dei Paesi più poveri del mondo, per i quali le meraviglie della biotecnologia rimarranno probabilmente irraggiungibili, e la minaccia all’idea di uguaglianza diventa ancora più forte.»23

Nick Bostrom risponde alla domanda di Fukuyama dicendo che la diseguaglianza sostanziale non implica necessariamente una diseguaglianza formale. Anch’io ho risposto in modo analogo su Libero, non appena è apparso l’articolo di Fukuyama sul Corriere. Le diseguaglianze esistono già: ci sono individui ricchi e poveri, belli e brutti, intelligenti e stupidi, colti e ignoranti, alti e bassi, felici e infelici, sani e malati, famosi e sconosciuti, forti e deboli, potenti e marginalizzati, e via dicendo. Ciononostante, riconosciamo formalmente a tutti i cittadini gli stessi diritti civili e politici. Dell’uguaglianza sostanziale (almeno a riguardo del reddito) si sono occupati in passato socialisti e comunisti, ma non certo liberali e conservatori, alle cui schiere Fukuyama appartiene. Dunque, ci siamo chiesti, di che si preoccupa Fukuyama?

Tuttavia, la risposta di Bostrom e la mia differivano su un punto importante. Mentre Bostrom insisteva sulla necessità di riconoscere ai postumani gli stessi diritti che hanno gli umani, aggiungendo che così sarebbe andato tutto per il meglio,24 io mettevo in luce il fatto che il transumanesimo avrebbe potuto consentire ai più svantaggiati sul piano sostanziale di colmare le distanze, di correggere i problemi. Questo perché non mi sfuggiva che il problema sollevato da Fukuyama era esattamente l’opposto di quello trattato da Bostrom. Se davvero emerge una specie superumana è improbabile che questa sia ridotta ad elemosinare alla specie umana diritti civili e politici. Semmai, è molto più probabile che i “superumani” si rifiutino di farsi governare dagli umani, anche se questi ultimi sono legittimati dal numero e dalle regole democratiche. Perché mai governanti meno forti, longevi e intelligenti dovrebbero avere il diritto di decidere le sorti di esseri a loro biologicamente “superiori”, dei quali potrebbero non capire neppure le esigenze?

Tra l’altro, potrebbero non servire affatto atti violenti. Anche in un quadro “pacifico e democratico”, se i bioconservatori (cattolici inclusi) saranno coerenti e non si avvarranno delle terapie geniche per allungare la vita o nuove tecnologie per riprodursi, perderanno in futuro peso politico, per questioni demografiche e socioeconomiche. Gli atei e i diversamente credenti, prolungando la propria esistenza ed aumentando le proprie energie, potranno partecipare all’elettorato attivo e passivo in un numero maggiore di competizioni elettorali e tramite la riproduzione artificiale potrebbero, se lo desiderano, anche avere una prole più numerosa.

Inoltre, in una società basata sul mercato, la meritocrazia, la concorrenza, è evidente che i superumani sarebbero avvantaggiati nelle attività imprenditoriali e professionali. Prenderebbero il sopravvento legalmente. Mentre, in un sistema bloccato, nepotistico o classista, come quello italiano, se lasciati fuori dal potere o dalle elite economiche assistite dallo Stato, i postumani potrebbero usare la propria ipotetica superiore forza e intelligenza per ribaltare il sistema con un atto rivoluzionario.

In un mondo interconnesso come il nostro, la buona vita dei transumani ha necessariamente conseguenze sulla buona vita dei bioconservatori, cattolici inclusi. Per questo il filosofo americano si chiede: «Se alcuni vanno avanti, potranno gli altri permettersi di non seguirli?».

La risposta onesta è la seguente: potranno certamente farlo, ma accettando la prospettiva di una probabile, se non certa, subalternità sociale, e a termine potenzialmente della propria estinzione.25 È proprio perché sono ben consci di questo pericolo che i bioconservatori cattolici considerano la risposta dei laici sugli spazi di libertà come del tutto inadeguata. La libertà conduce dritta dritta alla mutazione postumana. Se il processo si avvia, i cattolici dovranno rimangiarsi tutto quello che hanno detto contro le biotecnologie e avviarsi anche loro sulla strada dell’evoluzione autodiretta, oppure – per evitare di passare per l’ennesima volta da ipocriti – devono bloccare con tutti i mezzi possibili la mutazione antropologica, prima che la macchina si metta in moto. Se restano insieme “liberali” e coerenti fino in fondo con le proprie idee cristiane, hanno un’alta probabilità di soccombere.

Se la risposta dei laici appare inadeguata, la perorazione di Bostrom per garantire i diritti civili ai postumani appare ai cattolici una vera e propria presa in giro. Gli umani si preoccupano di essere un giorno dominati da una elite di superumani, e qui si rivendicano “eguali diritti” per i superuomini? Come può un povero umano avere solo la speranza di poter discriminare un postumano molte volte più intelligente, forte e longevo di lui?

Insomma, io che sono transumanista, riconosco per onestà intellettuale che la posizione illiberale dei bioconservatori è, dal loro punto di vista, sensata, anche se ovviamente non la condivido. Le libertà civili sono contro di loro. Peccato che loro non siano altrettanto onesti intellettualmente da ammettere una volta per tutte che sono illiberali e costretti ad esserlo.

Come conseguenza della biopolitica aggressiva dei clericali, e del fatto che essa ha una motivazione forte, io sono convinto che l’unica politica coerente per i transumanisti possa essere proprio quel “postumanesimo per tutti” che il filosofo Paolo Rossi irride come una speranza smisurata nel suo libro intitolato appunto Speranze.26

Proprio così: postumanesimo per tutti. Non biotecnologie per chi “se le può permettere” e magari senza sbandierare troppo la questione, ma accesso generalizzato alle biotecnologie e propaganda massiccia affinché se ne faccia uso. Forse ha ragione Rossi, l’obiettivo del “salto di specie” per tutti è utopico e forse irraggiungibile, ma l’alternativa che vedo all’orizzonte è una lotta di specie che si sovrappone a una lotta di classe. Perciò, sostengo che vale la pena di fare ogni possibile sforzo in quella direzione.

Appello ai “laici”

Le ultime parole non posso che rivolgerle ai “tremebondi laici” – un’efficace espressione che prendo in prestito da Marco Travaglio. Non serve a nulla rivendicare uno spazio di libertà, se poi non si cerca di riempirlo con dei contenuti positivi, con una proposta alternativa di “buona vita”. I bioconservatori clericali avanzano a colpi di scimitarra, mettendo ora in dubbio anche i principi della costituzione e libertà civili che in Europa esistono da tempo immemoriale, mentre i tremebondi laici rispondono a colpi di fioretto, riconoscendo perfino che la “sana laicità” è cosa del tutto diversa dal “cattivo” laicismo. Qui invece bisogna mettere in campo una visione alternativa altrettanto vigorosa, affinché in quello spazio di libertà aperto dalla laicità ci siano davvero due (o più) contendenti, con progetti diversi, e non solo uno che spadroneggia e l’altro evanescente che parla timidamente delle regole del gioco, senza proporre alternative.

Se il laico è colui che pretende la neutralità dello Stato di fronte alle credenze religiose (il che implicherebbe del resto eliminare i crocefissi dagli edifici pubblici, le esenzioni fiscali alla Chiesa cattolica, i finanziamenti alle scuole private cattoliche, l’ora di religione nelle scuole pubbliche, i cappellani militari nelle forze armate, e molti altri privilegi), non possono certo dirsi laici personaggi come Giuliano Ferrara, Fabrizio Cicchitto, Marcello Pera e Maurizio Sacconi. Questi ex socialisti, in una forma di rigetto estremo dell’ideologia socialista – tradizionalmente laica e spesso anticlericale – sono ora diventati “più clericali del Papa”, forse per legittimarsi di fronte agli altri militanti del centrodestra, di sicuro pedigree democristiano o cattotradizionalista.27

Le voci critiche verso il progetto di uno Stato etico confessionale non mancano nel mondo cattolico, ma de facto le battaglie di laicità le fanno soprattutto gli atei o i diversamente credenti, proprio perché si sentono minacciati da quella che Aldo Schiavone ha ribattezzato “l’ondata neoguelfa”,28 ma che in realtà non ha nulla di nuovo.

In uno Stato come quello italiano, in cui lo “svaticanamento” auspicato da Marinetti resta di là da venire, il rifiuto del clericalismo non può essere testimoniato a livello puramente verbale, ma deve tradursi in azione politica concreta e coerente. E se i “falsi laici” insistono con questa confusione terminologica, spacciando per laicità il più sfacciato clericalismo, si accomodino pure. Vorrà dire che tutti gli altri dovranno definirsi “laicisti”, per evitare il contagio e la confusione. Ora che “laicismo” è diventata una brutta parola, sempre accompagnata dall’aggettivo radicale o intransigente, si può sperare che non se ne approprino ancora una volta gli usurpatori clericali.

Ma veniamo al punto. Il motivo per cui i cattolici si intestardiscono su un sondino nasogastrico, una pillola contraccettiva, un’operazione chirurgica per cambiare sesso, una cura ormonale, una terapia genica, un’iniezione di cellule staminali, una procreazione in vitro, un suicidio assistito, a costo di buttare all’aria la costituzione democratica e la convivenza civile, è che sanno benissimo che questo è solo l’inizio. Riconoscere ai cittadini un diritto sul corpo, significa riconoscere anche il diritto alla mutazione postumana, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Conseguenze tragiche per il cristianesimo, visto che Dio si rivela come abbiamo visto ai bambini, agli umili, ai poveri di spirito, agli ignoranti, e giammai ai sapienti, ai forti, agli spiriti liberi o – per dirla con Nietzsche – ai “benriusciti” (in senso spirituale, prima ancora che fisico). Ora, i postumani minacciano in questo senso di essere “più sapienti del più sapiente tra gli uomini”. Come potranno questi esseri abominevoli credere ai miracoli, alle guarigioni, alle possessioni, alla grazia, alla provvidenza, alla rivelazione, alla redenzione? Come potranno i cattolici appellarsi alla natura umana, alle leggi di natura, quando la soggezione della natura stessa al divenire viene sottolineata dal suo cambiare sotto i nostri stessi occhi?

C’è chi giura sulla compatibilità di transumanesimo e cattolicesimo, e certamente non mi dispiacerebbe se i cattolici abbracciassero in massa il transumanesimo, ma è davvero difficile immaginare un superuomo che recita il rosario in parrocchia, tormentato da sensi di colpa per il solo fatto che esiste, pensa, ama, lotta, gioisce. Se si verificasse questa convergenza tra le due dottrine, significherebbe che il cattolicesimo è diventato tutt’altra cosa da quello che ci ha consegnato la tradizione. Non stupisce allora che i cattolici più tradizionalisti abbiano reagito istintivamente in modo negativo all’emergere di questa filosofia. Essi percepiscono il transumanesimo come un rovesciamento del cristianesimo, un vero e proprio anti-cristianesimo. Nel cristianesimo è Dio che si fa uomo per donare la salvezza alle sue creature, nel transumanesimo è l’uomo che si fa dio per salvarsi dal creatore (la natura, che l’ha creato intelligente ed inquieto, ma anche debole e mortale).

Se i laicisti – come i transumanisti – vogliono davvero la libertà di poter disporre del proprio corpo, magari per rallentare l’invecchiamento e allontanare la morte, oppure per procreare artificialmente o darsi la dolce morte, non devono limitarsi a rivendicare a parole detta libertà, magari riconoscendo nel contempo la “superiore” autorità morale della Chiesa cattolica e quasi chiedendo scusa per la propria devianza. Il risultato di questa fallimentare politica è sotto gli occhi di tutti: stiamo gradualmente perdendo libertà che in fondo nessuno rimetteva davvero in discussione sino ad ancora pochi anni fa.

Ai laicisti – come ai transumanisti – ripugna talora l’idea di imporre le proprie idee urbi et orbi, proprio perché sono o dovrebbero essere relativisti. Tuttavia, essi possono pur sempre riempire il proprio spazio di libertà organizzandosi e facendo propaganda tra i cittadini, non meno di quanto fanno i clericali, per cambiare la loro visione del mondo, per prepararli alla sfida della mutazione postumana, se sono transumanisti, o per convincere i cattolici all’apostasia, se sono atei. È un diritto anche questo.

In altre parole, non solo certe pratiche biotecnologiche debbono essere libere, ma possono e debbono anche essere incoraggiate e finanziate, affinché davvero la mutazione postumana risulti alla portata di tutti. Non basta più una bioetica laica. Serve anche una risoluta biopolitica transumanista. Per dirla con Vegezio: si vis pacem, para bellum.

Ma i “tremebondi laici” hanno capito qualcosa di tutto questo? Hanno capito che il problema oggi non è più solo la difesa di un’astratta libertà di scegliere, ma la diffusione (attraverso la persuasione, la propaganda) di un’idea di “buona vita” alternativa a quella cattolica? Con un’abile mossa propagandistica, i cattolici riescono ora a passare come difensori della vita e a fare passare i laicisti per partigiani della morte, perché li hanno costretti, li costringono, a fare battaglie estenuanti a favore dell’aborto o dell’eutanasia. I laicisti si sono trovati a combattere quelle battaglie scomode, in nome dell’autodeterminazione, ma salvo “riconoscere” che in fondo le leggi permissive servirebbero per portare alla luce del sole e regolamentare fenomeni intrinsecamente “negativi” che già esistono a livello clandestino. In altre parole, finiscono per dare ragione ai cattolici sul piano dei principi e li contrastano solo sul piano del metodo. Lo scopo principale dei laicisti si riduce così alla minimizzazione dei danni – e magari dei danni del “caso singolo”, come nelle vicende Welby o Englaro – che le scelte clericali comportano, ma non si spinge alla messa in discussione dei principi. La questione non è più parlare di eutanasia, ma negare – talora anche contro l’evidenza – che questo o quello sia “davvero” eutanasia. Non può allora stupire la debolezza del laicismo, di fronte all’opinione pubblica.

I cattolici si sono invece trovati spiazzati sin dall’inizio con i transumanisti, proprio perché gli alfieri della tecnoscienza pongono l’allungamento della vita come pilastro valoriale della propria bioetica, insieme all’intelligenza, al potenziamento, al ringiovanimento, alla salute. Sono allora i cattolici ad essere ora costretti a fare una scomoda battaglia a favore della morte, della stupidità, della debolezza, della senescenza e della malattia – che il senso comune continua a percepire istintivamente come disvalori. Per liberare il mondo dal dogmatismo e dal fanatismo – ovvero da una religiosità insana che vuole imporsi con la forza e la violenza – è allora necessario raccogliere la sfida che ci pongono le biotecnologie. Se i laicisti riusciranno a fare questo passo, usciranno dall’angolo in cui si sono cacciati. La scelta che le biotecnologie ci chiamano a fare è tra mutare e perire. E la risposta che daremo sarà in grado di svelare una volta per tutte qual è, tra quella laicista e quella cattolica, la vera cultura della vita e la vera cultura della morte.

In Italia, c’è stata battaglia tra cristiani e pagani nell’antichità, tra guelfi e ghibellini nel medioevo, tra cattolici e anticlericali nell’era moderna. Una guerra incessante tra chi guarda al cielo e chi è nietzschianamente “fedele alla terra” ed al sogno di grandezza umana di cui siamo eredi. Questa è la reale spaccatura politica del nostro Paese, viva e pulsante da duemila anni, al di là di ogni altra surrettizia divisione. Con l’avvento della postmodernità, la nuova contrapposizione ideologica sta diventando, è già diventata, quella tra bioconservatori e transumanisti. Una contrapposizione nuova, ma dal sapore antico, perché non poteva che incanalarsi nei solchi già tracciati dalla storia.

Note

1 Faccio subito presente che il transumanesimo non è un monolite, come del resto non lo è il cattolicesimo. L’assetto dogmatico del secondo consente però di fare sicuro affidamento ai pronunciamenti in materia delle gerarchie ecclesiastiche. Per quanto riguarda il transumanesimo, cerco invece di interpretare la posizione maggioritaria del movimento, così come emerge dai periodici sondaggi realizzati dalla World Transhumanist Association, i cui risultati sono stati riassunti anche nel Manifesto dei transumanisti italiani, pubblicato tra l’altro nel n. 43 di Letteratura Tradizione. Esiste una minoranza di transumanisti cattolici che lavora per superare il contrasto presentato in questo saggio. Anche di questo bisogna prendere atto.

2 Letteralmente “estensione della vita”. In alternativa al termine inglese, diversi autori italiani utilizzano i neologismi “longevista” (aggettivo) e “longevismo” (sostantivo) per riferirsi al processo. Dunque, l’espressione “life-extension therapy” può essere tradotta con “terapia longevista”, oltreché con la più macchinosa espressione “terapia di estensione della vita”.

3 Nietzsche sosteneva addirittura che i concetti di peccato, grazia e redenzione sono stati inventati di proposito dai cristiani per distruggere la scienza, la più nobile delle imprese umane. Scrive infatti: «Quando le conseguenze naturali di un’azione non sono più “naturali”, ma vengono credute l’effetto dei fantasmi concettuali della superstizione, di “Dio”, dello “spirito”, dell’“anima”, e risultano conseguenze puramente “morali”, in quanto ricompense, castighi, segni, punizioni, allora viene distrutta la condizione primaria della conoscenza, allora è stato commesso il più grande delitto contro l’umanità. Il peccato, lo ripeto, la forma par excellence di autolesionismo dell’uomo, fu inventato per rendere impossibile la scienza, la cultura e ogni forma di elevazione e nobiltà dell’uomo; il sacerdote domina grazie all’invenzione del peccato» (L’Anticristo, af. XLIX).

4 La leggenda di un cristianesimo irenico da contrapporsi ad un islamismo bellicoso è contraddetta da molti fatti storici. Sul cristianesimo come sorgente di intolleranza ha scritto pagine illuminanti Luciano Pellicani nel saggio Le radici pagane dell’Europa (Rubbettino, Soveria Mannelli 2007). La tolleranza religiosa era infatti un pilastro dell’Impero Romano, proprio perché il politeismo pagano faceva spazio a tutte le credenze, invece «il cristianesimo primitivo è stato una sorta di Giano bifronte: religione dell’amore universale e, contemporaneamente, religione dell’odio di tutti coloro – Ebrei, idolatri, eretici – che non accettavano l’interpretazione canonica delle Sacre Scritture. E lo è stato precisamente perché ha diviso l’umanità in due famiglie spirituali: i credenti… e i miscredenti» (p. 15).

5 Secondo Stefano Vaj ciò accade per il carattere maggiormente “comunitario” di islamismo ed ebraismo. Cfr. Biopolitica. Il nuovo paradigma di Stefano Vaj, SEB 2005, in particolare il primo capitolo: “Bioetica, ambientalismo, biopolitica”.

6 Le affermazioni in tal senso sono numerose. Paolo VI scrisse nell’enciclica Humanae Vitae che «se non si vuole esporre all’arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell’uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato sia rivestito di autorità, è lecito infrangere» (Humanae Vitae, 17). Il concetto è stato ribadito da Benedetto XVI proprio in occasione del quarantennale dell’enciclica. Cfr. Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI al Congresso Internazionale “Humanae Vitae: Attualità e profezia di un’Enciclica” (Roma, 3-4 Ottobre 2008). http://www.ratzingerbenedettoxvi.com/humanaevitae2.htm

7 Il Sillabo di Pio IX è tutt’altro che l’eccezione nella storia del cattolicesimo. Su questo vale la pena di citare ancora una volta Pellicani: «non è certo un caso che la Chiesa Cattolica ha opposto un’accanita resistenza al processo di secolarizzazione, nel quale ha visto la rivincita del paganesimo, o addirittura un progetto satanico teso ad estirpare la fede dal cuore degli uomini e a spingere l’Europa tutta verso l’empietà. Donde la condanna – continuamente rinnovata per generazioni e generazioni – di tutti i principi costitutivi della civiltà moderna». E ancora: «Solo negli ultimi decenni la Chiesa ha attenuato la sua vocazione integralista sino a dichiarare che essa “si impegna per la tolleranza”. Del resto, per evitare di diventare un fossile storico, non aveva altro rimedio che quello di uscire dal ridotto nel quale si era chiusa e aprirsi alle esigenze fatte valere dai modernisti e dai cattolici liberali…» (Le radici pagane dell’Europa, op. cit., 159-160).

8 Giuliano Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il Foglio, 12 ottobre 2005.

9 Dario Antiseri, “Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale”, Il Foglio, 19 ottobre 2005.

10 Già nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontefice, l’allora Decano del Collegio cardinalizio Joseph Ratzinger aveva dichiarato guerra al relativismo: «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». (http://www.vatican.va/gpII/documents/homily-pro-eligendo-pontifice_20050418_it.html). Come termine di confronto, vedi anche Stefano Vaj, “Elogio del relativismo”, in l’Uomo libero n. 65 del 01/03/2008, online a http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=415.

11 In Leon Trotskij, Letteratura arte libertà, Schwarz, Milano 1958, 133-169.

12 D. Antiseri, “Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale”, op. cit.

13 Riccardo Campa, Etica della scienza pura. Un percorso storico e critico, Sestante Edizioni, Bergamo 2007.

14 Oltre al mio Etica della scienza pura, si vedano La scienza sperimentale di R. Bacone (Rusconi, Milano 1990); Nuova Atlantide di F. Bacone (Berlusconi, Milano 1996); Quadro storico dei progressi dello spirito umano (Rizzoli, Milano 1989), Il sogno di D’Alambert di D. Diderot (Rizzoli, Milano 1996). A proposito di quest’ultimo, si veda anche James Hughes, “Il sogno di Diderot”, in Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano (a cura di R. Campa), Sestante Edizioni, Bergamo 2009. Per quanto riguarda il futurismo, cfr. F. T. Marinetti, “L’Uomo moltiplicato ed il regno della macchina” (1910) e dello stesso autore il “Manifesto tecnico della letteratura futurista” (11 maggio 1912).

15 D. Antiseri, “Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale”, op. cit.

16 Cfr. Enrico Bellone, La scienza negata, Codice edizioni, Torino 2005, p. 82. Giussani giunge a questa conclusione reinterpretando il mito di Ulisse, che è per lui «l’uomo intelligente che vuole misurare col proprio acume tutte le cose». Per il prete, è disumano l’atteggiamento di chi afferma: «l’unica cosa sicura è quella che tu costati e misuri scientificamente, sperimentalmente; al di là di questo c’è inutile fantasia, pazzia, affermazione immaginosa». Si chiede allora sarcasticamente Bellone: «Che cosa c’è di più alienante di una situazione in cui moltissimi organismi viventi sono formalmente classificabili come elementi di Homo sapiens ma sono, invece, disumani?».

17 Ma dovrebbero perciò contraddire lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II che, essendo malgrado tutto più “illuminato” dei suoi seguaci, ha avuto prima il buon gusto di chiedere scusa per la condanna a Galileo Galilei e poi, sullo slancio, di impegnarsi una coraggiosa difesa del darwinismo con il Messaggio ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996. Se nell’enciclica Humani generis, Pio XII aveva affermato che l’evoluzione è un’ipotesi, quel giorno Wojtyla si spinse oltre e affermò che «circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell’Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza, non ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria» (www.vatican.va).

18 Pellicani afferma senza troppi giri di parole che «la “vera Europa” oggi è pagana, non già cristiana» (Le radici pagane dell’Europa, op. cit., p. 179).

19 Risulta infatti da numerosi sondaggi che la posizione della Chiesa cattolica in materia di procreazione artificiale umana, testamento biologico, contraccezione, eutanasia, aborto, terapie geniche, ecc., è minoritaria nel paese. La bioetica cattolica si impone a norma di legge grazie alla compiacenza non proprio disinteressata di una casta politica eletta attraverso discutibili meccanismi, che non prevedono per esempio il voto di preferenza e non consentono il ricambio generazionale che si vede in altri paesi democratici. Anche il ricorso al referendum è vanificato dalla tattica ormai sistematica dei “sicuri perdenti” di boicottarlo affinché non si raggiunga il quorum dei votanti. Si veda per esempio l’articolo di Ilvo Diamanti, “Biotestamento e preservativo: gli italiani bocciano il Papa”, la Repubblica, 25 marzo 2009.

20 Cfr. Caterina Pasolini, “Ferrara tra delusione e ironia: L’Italia mi ha fatto una pernacchia”, La Repubblica, 15 aprile 2008.

21 Si veda a proposito Stefano Vaj, Indagine sui diritti dell’uomo. Genealogia di una morale, L.Ed.e., Roma 1985, online a .

22 Così recita l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti».

23 F. Fukuyama, “Biotecnologie: la fine dell’uomo”, Corriere della sera, 10 febbraio 2005.

24 Scrive Bostrom: «Sostenere che soltanto gli individui che possiedono tale “essenza umana” possano essere dotati di valore intrinseco, è inaccettabile… se qualcuno modificasse la propria condizione biologica in una direzione che alterasse quella che Fukuyama ritiene sia la  loro “essenza”, vorremmo realmente privare costoro del loro status morale e dei loro diritti civili? L’esclusione dal cerchio morale di alcuni individui soltanto perché dotati di una “essenza” diversa dalla nostra è, naturalmente, analogo all’escludere qualcuno sulla base del sesso o del colore della loro pelle». (cfr. http://www.estropico.com/id215.htm)

25 Si badi che la disuguaglianza sociale è sempre esistita e, dunque, è quantomeno curioso che gridi allo scandalo proprio chi non l’ha mai combattuta. Si potrebbe qui citare la giustificazione dello schiavismo di San Paolo in numerose lettere (agli Efesini, ai Corinzi, ai Galati, a Tito, ai Colossesi) o le critiche del socialismo contenute in molti documenti ufficiali della Chiesa, a partire dal Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores di Pio IX (1864) per arrivare alla Spe Salvi di Ratzinger (2007). Lo ripetiamo: a preoccupare il conservatore è un possibile ribaltamento di equilibri di forza che parevano consolidati. Ma questo è un altro discorso.

26 P. Rossi, Speranze, Il Mulino, Bologna 2008, pp. 69-77.

27 Singolare il fatto che la palma della laicità nel centrodestra vada ormai assegnata a Gianfranco Fini, segno che si stanno sgretolando inesorabilmente i tradizionali confini della politica. Forse, questo fenomeno è causalmente ascrivibile anche al tumultuoso emergere delle biotecnologie.

28 A. Schiavone, “Il pericolo dell’ondata neoguelfa”, ne La Repubblica, 05.02.2008.

In difesa del transumanesimo

Francis Fukuyama, membro del Comitato di bioetica della Presidenza Usa, ha definito il transumanesimo l’idea più pericolosa del mondo. Poiché dietro le idee ci sono persone, dietro i pensieri soggetti pensanti, dietro le azioni soggetti agenti, se ne deduce che gli intellettuali e i cittadini che sposano il transumanesimo – i transumanisti – sono considerati da questo filosofo il pericolo pubblico numero uno al mondo. Per Fukuyama, i pericoli di questo mondo non sono il fondamentalismo religioso, la rinascita dei nazionalismi, le azioni unilaterali della superpotenza americana, l’asse del male Iran-Siria-Nord Corea, le guerre in Medio Oriente, l’imponente crescita economica della Cina, il fenomeno terroristico, l’effetto serra, l’inquinamento, la povertà e l’ignoranza – per dire gli spauracchi cui fanno costante riferimento altri noti opinionisti. No, il vero pericolo è, in ultima istanza, il progresso tecnologico previsto dai futurologi, promosso dai filosofi e realizzato dagli scienziati di orientamento transumanista. Se non altro, con questo anatema, Fukuyama ha mostrato di essere un pensatore originale.Capita però che io sia fondatore e presidente dell’Associazione Italiana Transumanisti, nonché uno dei leader mondiali del movimento transumanista. E che non mi senta affatto pericoloso – se non per quegli esseri umani che rimpiangono i modelli di esistenza dei loro antenati cavernicoli. Per loro, io potrei certamente rappresentare un problema, ma non meno di quanto loro rappresentino un problema per me. È doveroso aggiungere anche questa considerazione. Siamo su questo mondo con idee diverse, sogni diversi, piani diversi, e non tutti possiamo avere ciò che vogliamo.
Ho perciò avvertito come un dovere, prima ancora che come un diritto, replicare in modo circostanziato all’attacco del filosofo nippo-americano. Con questo breve saggio prendo pubblicamente le difese delle idee transumaniste e delle persone che le fanno proprie.

L’articolo “Transhumanism” di Fukuyama è apparso prima in inglese su Foreign Policy, nel numero tematico The World’s most dangerous ideas (settembre-ottobre 2004), quindi è stato ripubblicato in italiano sulle colonne del Corriere della Sera, il 10 febbraio 2005, con un titolo tanto tragico quanto malinconico: “Biotecnologie, la fine dell’uomo”. Nulla di nuovo, sul piano dei concetti. Il pensiero di Fukuyama su questo tema era noto da tempo, perlomeno dalla pubblicazione del libro L’uomo oltre l’uomo (2002). Ora, però, il profeta mancato della fine della storia ha dato un nome alla sorgente del pericolo. Il pericolo siamo noi transumanisti. Ci ha accusati, senza troppi giri di parole, di essere lo spettro di una società illiberale.

Iniziamo allora dalle presentazioni. Chi siamo? Da dove veniamo? Noi ci consideriamo gli alfieri della tecnoscienza. Abbiamo una struttura mondiale, migliaia di associati, elezioni interne, incontri periodici, sezioni in quasi tutte le nazioni. Siamo giovani intellettuali: esperti di robotica, informatica, ingegneria genetica, filosofi e sociologi. Siamo bizzarri per qualcuno, inquietanti per altri. Fukuyama ci prende maledettamente sul serio.
Il nostro movimento nasce dalla fusione a livello mondiale di una galassia di gruppuscoli, sigle e circoli di futuristi, tecnofili, tecnognostici, prometeici e altro ancora. Va chiarito che esistono diverse organizzazioni transumaniste. La peculiarità della nostra – la World Transhumanist Association (Wta) – è che ambisce ad essere una sorta di organizzazione ombrello, un punto di riferimento per tutte quelle esistenti. La Wta è stata fondata nel ‘98, negli Stati Uniti, ha sede nel Connecticut, ed è presente in cento Paesi. La sezione italiana esiste dal 2004. Alla guida del movimento ci sono filosofi come Nick Bostrom e Max More, sociologi come James Hughes e ingegneri come Jose Cordeiro. Tra i leader italiani, oltre al sottoscritto, ci sono Giuseppe Lucchini, Giulio Prisco e Fabio Albertario.
È difficile riassumere, in poche parole, l’ideologia del movimento transumanista, proprio perché si tratta di un movimento composito. Io lo caratterizzerei, innanzitutto, come una reazione all’ingenua idea del «ritorno alla natura», che da circa trent’anni imperversa in Europa e in Nord America.
Noi rifiutiamo l’ipocrisia antiscientifica che si sta diffondendo in Occidente. Viviamo di tecnologia, tanto che se regredissimo solo di pochi decenni, milioni di persone non sopravviverebbero. Esistiamo grazie all’industria, alla chimica, alla meccanica. Eppure domina un ingenuo pensiero unico: ciò che è naturale è buono, ciò che è artificiale è cattivo o, nella migliore delle ipotesi, un male necessario. Noi invece accettiamo la cultura della razionalità scientifica e tecnologica. Che è la vera radice dell’Occidente.

Naturalmente, non neghiamo che la tecnologia porti con sé insidie. Basta pensare all’effetto serra, alle armi atomiche, alle droghe sintetiche, ai dubbi etici intorno alle biotecnologie. Tuttavia, non possiamo nemmeno essere troppo ingenui quando passiamo dalla ricostruzione dei fatti alla loro valutazione. Intanto, non c’è una sola morale. È forse etico fare morire o soffrire un ammalato che potrebbe essere curato con l’ingegneria genetica? Noi sposiamo un’etica eudemonistica che tende alla massimizzazione della felicità. Sappiamo perfettamente che la tecnologia non è sempre figlia, talvolta è figliastra. Ma allo stesso modo la natura non è sempre madre, spesso è matrigna. Spesso si dimentica che non è natura solo un prato in fiore o un uccellino che cinguetta. Natura è anche malattia, invecchiamento, morte. I transumanisti si impegnano per contrastare questi aspetti della natura. La medicina rigenerativa e gli innesti cibernetici sono solo l’ultima frontiera di una battaglia che l’uomo combatte da sempre contro la condizione umana. Già Ruggero Bacone, nel Medioevo, sosteneva che i due scopi della scienza sono trovare la verità sul mondo e sconfiggere invecchiamento e morte.
Perché Fukuyama ci attacca? Ci attacca perché ci prende sul serio. Sa che il nostro programma non è al di là della portata della scienza. Sistematicamente, la realtà supera la fantasia. Nel 1935 Whitehead sostenne che il progresso era talmente rapido che sarebbero bastati diecimila anni per sbarcare sulla Luna. Fu considerato un illuso. Soltanto tre decenni più tardi, un uomo posava il piede sul suolo lunare. All’inizio del progetto Genoma, si diceva che sarebbero serviti diecimila anni per portare a termine la mappatura. Pochi decenni più tardi il lavoro era completato. Gli scrittori di fantascienza degli anni Dieci prevedevano nel Duemila aeromacchine in grado di volare alla stratosferica velocità di 150 chilometri l’ora! Già negli anni Quaranta, le V2 tedesche andavano a 5000 chilometri l’ora. E potrei continuare. Se erano ingenui loro, sono ingenui anche quelli che sostengono oggi l’impossibilità del progetto transumanista. Tra vent’anni questo mondo sarà irriconoscibile. Ma non perché ci siamo noi. Il mondo va in quella direzione perché è lo sviluppo economico che tutti vogliono a portare verso la postumanità.

Fukuyama afferma che il nostro progetto è illiberale, ma questa critica è semplicemente assurda. Noi siamo sinceramente libertari. Migliorare il proprio organismo resta una scelta individuale. Nessuno sarà obbligato a vivere più a lungo o a innestare microchip sottopelle. Illiberale è chi vuole negare all’individuo questa possibilità, ostacolando la ricerca. Ma non può vincere. Se i bioluddisti (i nemici delle biotecnologie) vinceranno in Occidente, saranno i cinesi, gli indiani, i brasiliani a guidare il mondo. L’immagine di un Nord ricco e sfruttatore contrapposto a un Sud povero e sfruttato è un concetto superato. Qualcuno non si è ancora accorto che le tre nazioni che ho citato, quasi metà della popolazione mondiale, stanno diventando potenze tecnologico-industriali. Chi si ferma è perduto e noi rischiamo di perderci, con i nostri dubbi e sensi di colpa immotivati. Ma non credo che saremo tanto stolti.
Non ho molti dubbi in proposito. Anche noi saremo cyborg e postumani, perché il postumano è il naturale sbocco della cultura occidentale. Fukuyama non vuole ammettere che lui, da buon liberale, ha inconsciamente favorito questo progetto. Libera iniziativa e democrazia portano in sé i germi del progresso. Ted Kaczynski, l’Unabomber, il bioluddista per eccellenza, nel suo manifesto fa una critica serrata della sinistra progressista americana. Liquida invece i conservatori con una sola frase: sono stupidi, perché difendono insieme la crescita economica e i valori cristiani, ma è ovvio che il progresso tecnico distrugge la tradizione. Credo che Fukuyama, che pure non è uno stupido, sia caduto vittima di questa contraddizione. Ha lavorato una vita per un mondo che ora non vuole accettare.

Il filosofo nippo-americano sostiene poi che miniamo il concetto di uguaglianza. Intanto, stupisce il fatto che un pensatore che combatte da sempre il socialismo, ora insista tanto sul concetto di uguaglianza. Nelle democrazie occidentali esiste solo un’uguaglianza formale e non sostanziale. E nessun transumanista ha mai messo in dubbio l’uguaglianza formale. L’uguaglianza sostanziale non è mai esistita. La lotteria genetica fa nascere intelligenti e stupidi, belli e brutti, sani e malati, forti e deboli, vivi e morti. Semmai, noi forniamo un supporto scientifico per creare pari opportunità.
Tuttavia, mi preme sottolineare che il movimento transumanista non ha una precisa connotazione politica. La nostra associazione è apolitica, perché nessuna delle forze tradizionali rispecchia pienamente la nostra ideologia. I membri hanno però preferenze: ci sono radicali, liberali, socialdemocratici. I confini della politica dovranno prima o poi ridisegnarsi su nuovi assetti. In Italia, per esempio, le due attuali coalizioni di centrodestra e centrosinistra sono alleanze innaturali, dal nostro punto di vista. Sugli Ogm, per esempio, c’è un fronte contrario composto da An, Verdi, Rifondazione Comunista e parte del mondo cattolico, e un fronte favorevole che unisce Forza Italia e i Democratici di sinistra.
Alle critiche siamo comunque abituati. Quando un progetto è rivoluzionario, non si può certo aspettarsi che la sua ricezione sia tutto rose e fiori. Se Fukuyama ci attacca equivocamente in nome della libertà e dell’uguaglianza, i bioetici cattolici ci attaccano in nome della vita. Ma anche questa è una mistificazione. È portatore di una cultura di morte chi si oppone al miglioramento dell’organismo vivente e non chi vuole prolungarne indefinitivamente la vita. Per capire basta il buon senso. È chiaro che la Terra ha una data di scadenza e solo il progresso tecnico può salvare la vita. Se vincerà il bioluddismo, l’umanità sarà prigioniera dei propri limiti e quindi destinata a finire.

Per concludere, Fukuyama dice che non accettiamo la natura umana, perché ci manca l’umiltà. Noi vediamo la situazione in modo diametralmente opposto. Innanzitutto la premessa è sbagliata. Non esiste un’essenza umana, perché l’umanità attuale non è né il fine né la fine dell’evoluzione. Siamo una specie in divenire, come tutto ciò che ci circonda. La biologia evoluzionistica fa pensare che, così come è stato superato l’Homo habilis, l’Homo erectus, l’Homo neanderthaliensis, sarà superato anche l’Homo sapiens. Si dice, per esempio, che i maschi siano destinati a scomparire o a cambiare radicalmente e dunque, forse anche i modi di riproduzione subiranno modifiche. Questo è un particolare importante, dal momento che scandalizzano tanto la fecondazione in vitro ed eterologa, considerate contronatura, ma l’evoluzione insegna che certi ruoli e funzioni sono provvisori anche in natura.
In seconda istanza, a riguardo dell’umiltà, è vero l’esatto contrario: manca di umiltà chi ritiene l’uomo il prodotto più alto e finale dell’evoluzione o della creazione, un essere insuperabile e non perfettibile, magari creato a immagine e somiglianza di Dio.
Noi transumanisti, più modestamente, riconosciamo i nostri limiti fisici e cognitivi e vogliamo migliorarci, potenziare la memoria con l’ingegneria genetica e la cibernetica, rafforzare le strutture scheletro-muscolari, acquisire nuovi sensi propri di altre specie viventi, come pipistrelli e delfini, o macchine come il sonar e il radar. Perché? Proprio perché non ci sentiamo perfetti.
Certo, all’umiltà di partenza, non segue rassegnazione. I nostri antenati non si sono mai rassegnati al loro misero destino e ci hanno portati fino a questo punto. Dobbiamo forse rassegnarci e fermarci proprio noi?

Riccardo Campa